Thomas Merton: la sua vita secondo me

Thomas Merton, 1915 - 1968

______ 

(18.8.2017 - Gianni Tadolini)

 

Il mio rapporto con Thomas Merton nasce nell'anno stesso in cui Merton muore, il 1968. Merton muore ancora giovane, dopo 26 anni trascorsi nell'abbazia trappista di Nostra Signora del Getsemani, nel Kentucky: io avevo compiuto 18 anni. Nella primavera mio padre aveva acquistato, in una bancarella di libri usati, Nessun uomo è un'isola, un saggio di Merton dei primi anni cinquanta, uscito in seguito anche in italiano per le edizioni Garzanti. Non credo che mio padre lo abbia mai letto, ma lo lessi io. La mia lettura fu superficiale, forse per l'età acerba o per quei contenuti che mi parvero complessi; eppure si stabilì tra me e l'autore uno strano legame, una curiosità ed una simpatia (nel senso greco del termine di “sentire insieme”) che mi portarono rapidamente a procurarmi La montagna dalle sette balze. Da allora Thomas Merton è rimasto presente nella mia vita, sempre, in qualche modo.

Oggi – a molti anni di distanza da quel primo contatto – e dopo aver acquisito una certa conoscenza dell'autore, ho sentito il desiderio di rivisitare la figura di quella che ritengo essere stata la voce contemplativa più feconda e profonda del XX secolo, almeno in Occidente.

Nell'estate 2016, ho conosciuto Don Mario Zaninelli, un presbitero della Diocesi di Milano attento studioso di Thomas Merton, grazie anche all'ottima conoscenza della lingua inglese che gli ha consentito l'accesso ai testi originali e il contato diretto, negli Stati Uniti, con persone che furono amiche e collaboratrici del nostro monaco. Don Mario mi ha cercato nel tentativo di recuperare un mio breve e fantasioso lavoro del 2003, qualcosa a metà tra apologia, denuncia e metafora sulla morte di Merton.

Ho interpretato il contatto imprevisto con Don Mario quasi come un segno, un invito a re-incontrare ancora Merton nei sui scritti, soprattutto nella sua autobiografia.

Ma non mi soffermerò sui dati biografici più noti, ormai reperibili immediatamente anche nel WEB, così come non mi impegnerò in un'analisi della produzione editoriale delle opere del Trappista del Kentucky, lavoro che altri hanno egregiamente fatto, almeno per quello che riguarda la letteratura mertoniana pubblicata in lingua inglese. Vorrei piuttosto provare a considerare invece aspetti ed eventi della vita di Merton meno noti, la cui importanza però è comunque rilevante. Da dove partire?

 

Dall'infanzia ai giorni di Cambridge

 

Forse è utile iniziare da alcuni eventi collocati tra l'infanzia e la prima giovinezza, perché sicuramente di peso nella formazione della personalità del nostro autore. Siamo dunque nel periodo compreso tra il 1921 e il 1934: tredici anni in cui il giovane Thom subisce una serie di traumi – soprattutto di natura affettiva – che condizioneranno il suo sviluppo psicologico.

Nel 1921 – Thom ha 6 anni – gli muore la mamma, Ruth Jenkins, di cancro. Ruth era, per il bambino, un fondamentale punto di riferimento, non tanto per le affettuosità materne, di cui non fu prodiga, quanto per la scala di valori e per il sistema di regole che seppe trasmettere al figlio, nel breve periodo in cui poté fargli da madre: « dovevo essere originale – annoterà Merton – singolare, dovevo avere un carattere ben definito e ideali miei. Non dovevo essere un articolo costruito secondo un ordinario protocollo borghese, incolonnato con altri della stessa fila » (La montagna dalle sette balze, Garzanti 2006, pag. 19). Modello severo, quindi, ma di riferimento positivo. Un messaggio costante che il bambino ebbe a mutuare nel rapporto con la madre fu quello dell'incoraggiamento ad autodeterminarsi, a cavarsela da solo, certezza di farcela, combattività, tutte vibrazioni che possono essere riassunte nell'espressione “sicurezza di sé”.

Ormai morente in un ospedale di New York, la donna riesce a scrivere una lettera al figlio. Thom ne coglie il significato di estremo saluto: « … allora mi piegai sotto un peso enorme di tristezza e abbattimento ». (Op. cit. pag. 23).

Owen Merton, il padre di Thom, dopo la morte della moglie si trasferisce per un periodo ai Caraibi, portando con sé Thom e lasciando John Paul, il figlio minore, alle cure dei nonni materni. Anche questo è un periodo particolare per la crescita di Thom. Il bambino si trova a vivere in un clima di continua vacanza, senza il ritmo scolastico, senza una regolare quotidianità, spesso affidato ad estranei per le frequenti assenze del padre. Inoltre si inserisce nella vita di Thom una “strana” figura femminile – Evelyn Scott – una scrittrice di cui Owen si è innamorato. E' la moglie di un amico di Owen e il rapporto triangolare che si instaura disturba il piccolo Thom. Il bambino prende ad odiare questa specie di matrigna creando difficoltà ai due amanti ed impedendo di fatto la relazione, come sappiamo da una lettera che la scrittrice invia ad un'amica nel gennaio del 1926. Thom ricorderà come “molto bella” la vita caraibica, in quanto priva di obblighi di alcun genere, ma la vacanza lascerà una traccia indelebile nell'inconscio del bambino, una sorta di paradigma di perdita del confine, così che una condizione simile verrà poi continuamente ricercata nell'adolescenza e nella prima giovinezza, e forse anche nell'età adulta. Basti pensare che nel 1949 – lo sappiamo da alcuni appunti – dopo 8 anni di vita trappista, a 34 di età, Merton ancora si sentiva combattuto tra l'obbedienza alla regola ed alle consuetudini della clausura ed il lasciarsi scivolare in una “santa” pratica di vagabondaggio. Amava leggere narrazioni sul santo protettore dei barboni e dei senzatetto – San Benedetto Giuseppe Labre – e non nascondeva l'ammirazione per quel tipo di scelta.

Vale la pena spendere due parole sul santo ora citato per meglio comprendere il genere di figura da cui Thom fosse attratto. Benedetto Labre nacque in un piccolo borgo francese nel 1748, da famiglia molto povera. Avvertì presto la vocazione religiosa e chiese di entrare in un monastero dei Trappisti, ma fu rifiutato. Dopo vari tentativi, tutti fallimentari, presso altri istituti religiosi si rivolse alla strada, cercando di vivere il Vangelo in senso integrale, prendendo a continuo esempio la vita di Gesù, che egli riteneva essere stata totalmente priva di sicurezze. Frequentò mendicanti, reietti, senzatetto, portando con sé solamente un Vangelo, il breviario romano e l'Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis. Visse per alcuni anni a Roma, sotto un'arcata del Colosseo, spesso combattendo con pulci ed altri parassiti che infestavano la sua misera dimora, sempre assiduo nella preghiera, dedito alla contemplazione ed all'aiuto dei più bisognosi. Morì provato dalle sofferenze di una quotidianità di stenti, in odore di santità, il 16 aprile 1783, a soli 35 anni. Fu canonizzato “a furor di popolo” nel 1881 da Papa Leone XIII. E' chiaro che su una simile figura si potesse proiettare, pur sublimata alla luce della vocazione religiosa, quell'indole libertaria di Merton, quell'attrazione verso la perdita del confine, che lo accompagnò per tutto il resto della vita.

Altre figure di rilievo che vanno prese in considerazione nel comprendere il formarsi dell'interiorità di Merton sono i coniugi Privat, che Thom incontra nel 1927 in Francia e presso i quali soggiorna alcuni mesi. Thom ha 12 anni, è curioso e sensibile ed inizia a raccogliere e catalogare le impressioni. Nella loro semplicità contadina i Privat gli parlano del cattolicesimo, della presenza di Dio, della bellezza della natura e del linguaggio del silenzio; la loro vita è carità vissuta: « le persone più notevoli che mai conobbi », li definirà Merton nella sua autobiografia (Op. cit. pag. 71). 

I giorni dei Caraibi, e quelli trascorsi in Francia presso i Privat, annunciano le polarità di un destino: nei primi si rappresenta la libertà senza confine, l'impulso verso il piacere che attrarrà, ma al contempo tormenterà Thom nel successivo periodo di Cambridge; nell'aura religiosa dei secondi si preconizza quella tensione alla ricerca interiore, alla sete di senso e di pace che spesso si farà udire alla coscienza anche nelle notti piene di birra e di ragazze facili del Clare College a Cambridge. Ecco: il Clare College a Cambridge. Siamo nell'autunno del 1933; Thom ha 18 anni. Owen è morto nel gennaio del 1931, devastato da un tumore al cervello, ed è stato nominato tutore del ragazzo il dottor Bennet, medico e amico di Owen. Il giovane Merton è rimasto orfano per la seconda volta. 

Owen – nonostante la sua irregolarità di vita determinata dai suoi frequentissimi spostamenti – è stato per Thom una figura positiva: certamente gli ha trasmesso l'amore per la cultura e la tensione verso il trascendente, soprattutto quello rappresentato nell'arte. Owen stesso, che era un pittore abbastanza affermato, avvicinandosi alla morte inizierà a dipingere soggetti sacri, icone di inspirazione bizantina e Thom, prima del periodo di Cambridge, vorrà concedersi una lunga vacanza in Italia alla scoperta del Cristo delle icone.

Il senso del trascendente penetra nella coscienza di Thom in maniera graduale, quasi impercettibile, come un tenue ruscello che zampilla da una sorgente, ma che annuncia il futuro torrente. Il periodo italiano, che va dal febbraio 1933 fino ad alcuni mesi, è per il giovane un momento importante di riflessione e contatto con la percezione del sacro veicolata dall'arte bizantina: « … cominciai a scoprire qualcosa sulla Persona che gli uomini chiamano Cristo. Era una conoscenza oscura, ma vera di Lui, e in un certo senso più vera di quanto sapessi, più vera di quanto volessi ammettere » (Op. cit. pag. 133).

Nel tentativo di meglio comprendere l'arte bizantina, durante il soggiorno a Roma, Thom inizia a leggere la Sacra Scrittura, soprattutto i Vangeli. E' in una notte romana che sente, per la prima volta, l'urgenza di lasciarsi andare alla preghiera, pensando al padre di cui avverte la diafana presenza.

A Roma Thom scopre la dimensione della preghiera; in realtà è terribilmente solo: tutti i punti di riferimento affettivo si sono spenti; egli ha appena 18 anni ed un disperato bisogno d'amore e rassicurazione. Nella chiesa di Santa Sabina, sul colle Aventino, cade in ginocchio e recita ripetutamente il Padre Nostro, forse con forte commozione nel pronunciare la parola Padre: è per Thom la prima volta in cui esperisce il rapporto con l'Assoluto e con la presenza di un Dio consolatore (Op. cit. 138 e seg.). 

Sembra che il momento di grazia vissuto a Roma svanisca a Cambridge. Thom entra come studente al Clare College nell'ottobre del 1933 e velocemente si lascia coinvolgere dalla vita goliardica della città, dai festini, dalle ragazze di cui troppo facilmente si innamora e si stanca. Il 4 novembre 1933 succede probabilmente qualcosa di drammatico, qualcosa per cui Merton ebbe a sentirsi in colpa per tutta la vita. Ciò di cui si trattò non fu mai completamente svelato, ma abbiamo ragione di credere che si trattasse di una sorta di rito goliardico d'iniziazione, della parodia di una crocifissione di cui Thom sarebbe stato il principale attore. L'episodio è descritto in un romanzo autobiografico che però non fu mai pubblicato. Nel manoscritto sono state strappate le pagine relative all'episodio del 4 novembre, ma Naomi Burton, per molti anni agente letteraria di Merton, ne ricorda approssimativamente il contenuto: una festa di studenti ubriachi in cui venne messa in scena una finta, ma cruenta crocifissione.

A Cambridge Thom inizia a bere fino a rischiare la dipendenza dall'alcol e frequenta varie ragazze: è da una di queste – forse una certa Sylvia – che nascerà un figlio. Merton avrà in seguito con questa donna e col bambino scarsissimi o nulli rapporti, ma incaricherà un legale e lo stesso dottor Bennett, suo tutore, di provvedere economicamente alle esigenze di madre e figlio. In più di un'occasione il dottor Bennett si adopererà nel redarguire Thom per il suo comportamento dissoluto e per i suoi scarsi risultati accademici, fino a consigliargli con forza di uscire dal Clare College e di lasciare l'Inghilterra.

 

L'incontro con William Blake

 

Tra il 1934 ed il 1935 Merton si stabilisce a New York iscrivendosi alla Columbia University. Vive a Long Island con i nonni materni e raggiunge in treno l'università quasi tutti i giorni. Certamente la vita in famiglia funge da contenitore positivo. Nel corpo docente della Columbia c'è Mark van Doren, docente di letteratura inglese, persona di particolare acume critico che spinge Thom a liberarsi dai paradigmi preconfezionati della critica testuale – al quel tempo in prevalenza freudiana o marxista – per cercare nella profondità della propria interiorità una reazione autentica al testo stesso. Sono anni di fecondo lavoro culturale che lo conducono – nel 1938 e dopo aver conseguito il titolo di Bachelor of Arts - ad iscriversi alla Graduate School of English della Columbia, dove inizierà gli studi su William Blake. Il lungo saggio che Thom produce, dal titolo “Nature and Art in William Blake”, lo porta al conseguimento della laurea nel febbraio del 1939 ed è un'importante tappa della maturazione spirituale di Thom. 

Molti anni fa ebbi a scrivere: « … Merton, più che uno studioso di Blake, fu un suo discepolo e tutto il percorso ascetico di Thomas può essere visto, a ragione, come testimonianza del progetto blakeriano: coniugare gli opposti per derivarne l'unità più completa; nelle parole di Blake presenziare al matrimonio del cielo con l'inferno » (Cf. Tadolini, Riflessione sulla morte di Thomas Merton a 35 anni dalla sua scomparsa, 2003).

La coniunctio oppositorum – per usare quei termini e concetti che Carl Gustav Jung mutua dall'alchimia medievale – è una dimensione sempre cercata da Merton, dalla giovinezza fino alla completa maturità. In questo percorso William Blake gli fu maestro. 

Blake (1757 – 1827) poeta, scrittore, incisore, mistico e visionario, lasciò importanti lavori artistico-filosofici: Canti dell'innocenza (1789), Il matrimonio del cielo e dell'inferno (1790), Canti dell'esperienza (1794), solo per citare le opere più note, quelle che maggiormente affascinarono Merton. 

« La vera santità, la redenzione, sono situate nell'energia che scaturisce dall'unione dei contrari », annota Merton negli appunti per la tesi di laurea; e il cristianesimo – con la dottrina di un Dio che entra nella carne, che precipita se stesso nella limitazione della corporeità corruttibile (κένωσις) – bene rappresenta l'esigenza dell'unità, della vera ricomposizione delle parti scisse che Thom avvertì e perseguì nel corso dell'intera vita.

Forse potremmo affermare che proprio Blake, con la sua ansia di portare a compimento il processo dialettico di sintesi degli opposti, sia stato lo strumento principale della Grazia che ha condotto Thom alla scoperta di quella grande apoteosi cosmica che è il dogma dell'incarnazione cristiana, in cui l'Assoluto, eterno ed illimitato (Dio), si coniuga col proprio opposto corruttibile, confinato e caduco, esposto alla malattia, alla sofferenza e alla morte, cioè Gesù di Nazareth, in cui la redenzione però è glorificazione della materia (il corpo del Cristo risorto). 

Il tema della ricongiunzione delle polarità impregna il pensiero umano da epoche immemorabili: nell'Oriente indiano basti pensare alla grande sintesi dello Yoga; nell'Oriente cinese e giapponese alla concezione di Yin e di Yang ed alla filosofia del Tao; in Occidente è evidente l'enorme influenza che ebbero la dialettica di Hegel e la dottrina trinitaria nel cristianesimo.

Blake non è un filosofo speculativo, ma un artista ed un mistico, quindi si esprime prevalentemente attraverso un paradigma comunicativo poetico-sensoriale, visivo, fino a spingersi a volte fino agli stati alterati di coscienza ed alla non chiara linea di demarcazione che divide immaginazione ed allucinazione. Ed è proprio questa capacità – la capacità di parlare del trascendente con le prerogative dell'arte – che affascina e cattura Merton, soprattutto in quella che potremmo vedere come la prima parte della sua ricerca spirituale. Solo più tardi, ma dopo anni di vita trappista, Merton prenderà a praticare un linguaggio più severo e rigoroso, con meno colori e toni più austeri, cercando di esprimere la durezza del cammino ascetico; è la fase in cui incontra la spiritualità di San Giovanni della Croce (Ascesi alla verità, tr. it. Garzanti 1962).

 

26 anni di vita trappista

 

Dopo un percorso abbastanza travagliato, dove si agita l'attrazione per la visione protestante, Thom arriva comunque a scegliere il cattolicesimo e riceve il battesimo il 16 novembre 1938, a 23 anni; ma i dubbi non sono ancora terminati. Frequenta alcune ragazze, si confronta continuamente con l'amico Bob Lax e comincia a prendere in considerazione l'idea di farsi prete, intanto ricopre diversi incarichi d'insegnamento.

Nell'aprile del 1941 visita, per la prima volta, l'abbazia trappista di Nostra Signora del Getsemani, nello stato del Kentucky; ne resta affascinato e qualche mese dopo chiede di essere ammesso come postulante. Nel febbraio del 1942 indossa la tonaca bianca dei novizi e diviene Fratel Maria Ludovicus (Frate Louis, poi Padre Louis quando verrà ordinato sacerdote, il 26 maggio del 1949), entrando a far parte dell'Ordine dei Cistercensi della Stretta Osservanza: è finalmente un monaco trappista.

Le regole e le consuetudini della vita cenobitica in un monastero trappista nell'epoca pre-conciliare erano veramente austere. Facilmente si soffriva il freddo. L'alimentazione era strettamente vegetariana, non per motivi etici (la tradizione cattolica, in questo senso molto arretrata, non ha mai posto particolare attenzione al tema dei diritti e della sensibilità degli animali), ma per una scelta penitenziale. La giornata era fatta soprattutto di preghiera, seguendo la liturgia delle ore; duro il lavoro manuale. Non si parlava mai: i Trappisti avevano sviluppato addirittura un alfabeto mimico, a gesti, per non interrompere il silenzio. Si digiunava per mesi; i dormitori erano tavole di legno e paglia.

Merton, abituato ad una vita abbastanza agiata e senza godere di buona salute, fece fatica ad adattarsi al rigore di questa vita, eppure si sentiva in totale armonia con l'ambiente, come traspare chiaramente da lettere inviate a Mark van Doren e a Bob Lax del 1942. Thom è felice.

Entrando al Getsemani Thom è risoluto nel perseguire la rinuncia ad ogni notorietà, occultando se stesso nel silenzio di Dio; e non avremmo avuto l'intera produzione letteraria che ci ha lasciato se non fosse intervenuto Don Frederic Dunn, a quel tempo abate al Getsemani. L'abate non era d'accordo che il giovane monaco letterato sparisse nell'oblio, forse ritenendo che il talento non avrebbe dovuto essere sprecato, o intuendo che l'attività di scrittore di un monaco trappista indubbiamente dotato avrebbe trascinato l'America, con ottimi proventi per l'abbazia. Così fu.

Nel 1946, quando Merton comunicò al proprio direttore spirituale l'idea di stendere un'autobiografia, ricevette un ironico diniego ed un richiamo alla virtù della modestia, alla mortificazione del proprio Ego ed alla pratica dell'umiltà che si confanno ad un monaco di clausura. Ma l'abate fu invece di parere del tutto contrario: Merton doveva scrivere, fosse anche un'autobiografia. L'opera che da lì a non molto nacque, La montagna dalle sette balze, fu un enorme successo editoriale.

Nella primavera del 1947, a dispetto del veto dei censori dell'Ordine trappista, che ravvisavano nel manoscritto un lavoro non troppo edificante, ma con la benedizione invece di Don Frederic Dunn, l'autobiografia di Thomas Merton entrò in stampa per i tipi dell'editrice Harcourt Brace di New York. Due anni dopo erano già state vendute 200.000 copie e nell'edizione economica-tascabile le copie furono milioni, certamente con la gioia dell'abate che vide lievitare le casse abitualmente semivuote del monastero. 

Dal marzo 1947, data in cui Merton pronuncia i voti perpetui, fino al 1955, la vita cenobitica scorre in maniera impegnata, severa e regolare. Prima c'è un episodio drammatico e doloroso, che certamente segna l'interiorità di Thom: la perdita del fratello, morto in una missione militare nel 1943, gli fa esperire, anche come emozione personale, il senso di atrocità della guerra e pone le basi della sua futura battaglia pacifista.

Intanto Padre Louis continua a scrivere, mentre la sua autobiografia supera i pronostici del miglior successo. Negli Stati Uniti e in Europa milioni di persone leggono La montagna dalle sette balze; riceve pacchi di lettere, a molte risponde di suo pugno. Il libro diviene strumento di un vero e proprio processo di evangelizzazione su vasta scala e gioca un ruolo importante in tante vocazioni alla vita consacrata. 

Molti giovani della Beat Generation (e mi metto tra loro) sono affascinati da questo monaco, da questo grande convertito, a cui si affezionano come se lo conoscessero personalmente.

Certamente nel XX secolo – almeno in Occidente – il contributo dato da Thomas Merton alla conoscenza della vita contemplativa e ascetica è fondamentale: non v'è dubbio che Padre Louis fu Maestro per decine di migliaia di persone – e non necessariamente cattoliche – che videro in lui un punto di riferimento, un faro sul tragitto spesso oscuro del cammino spirituale.

Merton ne era consapevole, ma questo forte contatto col mondo, che permaneva nonostante la clausura monastica, di fondo non gli era gradito e si affacciavano alla coscienza frequenti dubbi sull'appartenenza alla condizione cenobitica; da un lato voleva restare fedele alla promessa di permanenza al Getsemani, dall'altro sentiva forti spinte verso la vita eremitica, quasi estranea all'Ordine dei Trappisti.

In quel periodo il monastero di Getsemani contiene più del doppio dei religiosi per cui è stato predisposto. La giornata dei monaci è un continuo via vai di individui indaffarati che si muovono nel silenzio. Thom è alla continua ricerca di luoghi dove poter assaporare la solitudine: si rifugia in un angolo della chiesa, in un capanno nell'orto dell'abbazia, nel bosco limitrofo al monastero. Fa molta fatica a dormire con gli altri e si ammala spesso. Così l'abate gli consente l'utilizzo di una piccola stanza personale. C'è un po' di sollievo, ma Thom comincia a valutare la possibilità di chiedere il trasferimento ad un Ordine religioso d'impostazione eremitica, i Certosini o i Camaldolesi.

Il nuovo abate, Don James Fox (Frederic Dunn è morto nell'agosto del 1948), offre a Padre Louis la possibilità di diventare eremita pur restando al di dentro dell'Ordine. Seguono vari tentativi di riconfigurazione della situazione logistica, ma tutti – per un motivo o per l'altro – non riescono mai completamente. Merton è inquieto anche perché le aspirazioni ad una maggior solitudine si scontrano con le incombenze istituzionali che l'abate gli impone (progressivamente, maestro degli studenti, maestro dei novizi, insegnante dei giovani teologi). Solo nel 1965 il consiglio del monastero darà a Merton, ufficialmente e all'unanimità, il permesso di diventare eremita, sollevandolo di conseguenza dall'incarico di maestro dei novizi. 

Don Mario Zaninelli ha recentemente pubblicato in italiano l'interessante carteggio intercorso tra Padre Louis e Paolo VI, in cui il monaco chiede al Pontefice l'autorizzazione a lasciare l'Ordine per entrare nella congregazione camaldolese: il Papa, pur con benevola cortesia, è risoluto nel negare.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo all'inizio degli anni cinquanta, quando Merton si definisce un contemplativo che sta per crollare per eccesso di lavoro. In effetti al rigore della vita monastica, alle pratiche liturgiche, all'attività di saggista, si aggiunge l'incarico di docenza che l'abate gli impone: insegnare “introduzione alla teologia” ai giovani che entrano al Getsemani. Da un lato Padre Louis è affascinato all'idea di potersi immergere negli amati autori della teologia medioevale, dall'altro è gravato dal peso delle lezioni e dall'interazione con gli studenti. Tra la Pasqua del 1950 e la fine di quell'anno si ammala, ha svariati disturbi psicosomatici e deve essere ricoverato all'ospedale di Louisville: gli occorreranno molte settimane per rimettersi in forze. Poi ricomincia a scrivere e ad insegnare; termina Ascesi alla verità, sul pensiero di San Giovanni della Croce, e Il pane nel deserto, un testo sui Salmi.

In questo periodo Merton lavora alacremente a diversi progetti editoriali: nel 1951, oltre a dare alle stampe Ascesi alla verità, pubblica Nessun uomo è un'isola, Il segno di Giona eil libro sui Salmi sopra citato (1953/54), poi Il pane vivo (1956), Vita nel silenzio (1957) e Pensieri nella solitudine (1958), intanto si appassiona alla teologia russo-ortodossa ed inizia una corrispondenza con Boris Pasternak, ripromettendosi anche di studiare il russo.

In Diario di un testimone colpevole (1966) Merton descrive un episodio avvenuto il 18 marzo 1958 a Louisville: una sorta d'illuminazione mentre cammina nel centro-città. “Come svegliarsi da un sogno”, dirà, e rendersi conto che tutta la gente che affolla le strade è l'unica vera realtà, l'unica vera realtà degna d'amore; “L'illusione di una santa esistenza appartata è un sogno”, la stessa esistenza appartata è un'illusione.

Anche se Merton non arrivò mai ad esplicitare completamente i dubbi che lo tormentarono circa l'opportunità di proseguire la vita cenobitica, a partire dal marzo 1958 essi traspaiono negli eventi e nei comportamenti del monaco. Il biografo di Merton, Jim Forest, scrive: « I molti legami che sviluppò con il mondo esterno negli ultimi dieci anni della sua vita costituirono una delle grandi sorprese nella vita di Merton […] da un lato era spinto sempre più verso la solitudine, ma dall'altro iniziava ad impegnarsi in modo più profondo con le persone e con gli eventi che erano distanti dal monastero » (1991).

 

Fuori dal monastero c'è il mondo

 

Una delle persone il cui impegno cristiano nel mondo affascinò non poco Padre Louis fu Dorothy Day, giornalista anarchica convertitasi al cattolicesimo nel 1927, fondatrice del Movimento Cattolico dei Lavoratori, spesso in carcere per le sue battaglie sociali e pacifiste (è in corso il processo di beatificazione e probabilmente verrà elevata all'onore degli altari).

Merton inizia una corrispondenza con la scrittrice ed esplicita pubblicamente la sua ammirazione per lei e per le sue coraggiose scelte di vita in più di un'occasione. Forse giunge a sentimenti di benevola invidia. Da Dorothy Day, inoltre, prende molti spunti per le riflessioni contro l'impegno degli Stati Uniti in Vietnam e, più in generale, contro ogni tipo di risoluzione bellica dei conflitti. Si impegna con lettere, articoli, dibattiti, oltre che in senso pacifista anche in favore del dialogo ecumenico con i protestanti. Scrive a Giovanni XXIII e il Papa, come risposta, gli fa recapitare di persona, dalle mani di un architetto veneziano amico del Pontefice, un paramento sacro usato dal Papa stesso in numerose ricorrenze liturgiche. Padre Louis ne è felice e sente che, in qualche modo, la sua missione è benedetta dal capo della cristianità.

Ma non dobbiamo dimenticare che siamo nell'America degli anni sessanta, in piena guerra fredda e in un clima in cui ogni sentimento di ostilità nei confronti dei paesi comunisti è ampiamente giustificato e spesso esplicitamente professato e incoraggiato. Agli occhi di molti americani l'Unione Sovietica è la personificazione del male, così come lo è il Vietnam di Ho Chi Minh. Chi parla di disarmo – come spesso fa Merton – è considerato pericoloso, sia per l'onore dalla patria che per la “libertà” nel mondo, sia ancora per l'economia statunitense che intanto sta investendo miliardi di dollari nell'industria bellica e nella costruzione dell'arsenale nucleare. A Thom ogni alito di guerra riattiva il ricordo di quell'aprile del 1943 quando ricevette la straziante notizia della scomparsa del fratello, pilota militare abbattuto nel Mare del Nord e morto dopo ore di agonia, con la spina dorsale spezzata.

L'impegno pacifista di Padre Louis insospettisce persino il Generale dell'Ordine dei Trappisti, Padre Gabriel Sortais, a suo tempo un patriota francese. Merton ha 46 anni; nonostante la vita claustrale si tiene informatissimo sui fatti del mondo e non perde occasione per dire la sua. Un suo ampio saggio, La radice della guerra è la paura – molto prima di essere pubblicato e ancora incompleto – passa di mano in mano nella forma dattiloscritta e viene letto da centinaia di intellettuali che si oppongono alla logica interventista del giovane John Fitzgerald Kennedy, il primo presidente degli Stati Uniti di religione cattolica, che predica la pace, ma sta comunque ponendo le basi dell'aggressione al Vietnam. Nel 1962 Padre Sortais – che neppure vive in America, bensì a Roma – vieta a Merton, in nome dell'obbedienza, di pubblicare alcunché sulla guerra e sul pacifismo: lo invita a pregare per la pace, piuttosto che ad agire.

Però nell'aprile 1963 Giovanni XXIII pubblica l'Enciclica Pacem in Terris (forse influenzata dalle opinioni di Merton, a detta di Mons. William Shannon, che venne intervistato in proposito da Jim Forest) e nel mese di novembre muore Padre Sortais: per Merton si prospettano le luci di una ritrovata libertà d'espressione.

Dalla fine del 1964 Padre Louis si stabilisce in un eremo nei pressi dell'abbazia, in maniera permanente: finalmente è un vero eremita, riconosciuto come tale da tutta la comunità monastica. Trascorrono quasi due anni abbastanza tranquilli, dove Merton pubblica ancora scritti sulla guerra, fa fotografie, si dedica allo studio della spiritualità Zen e buddhista, esce anche dall'eremo per conferenze e gruppi di studio. Ma la salute come sempre non lo assiste; un persistente ed invalidante mal di schiena lo costringe ad una serie di accertamenti clinici che confluiscono in un ricovero e in un intervento chirurgico all'ospedale Saint Joseph di Louisville: siamo nel marzo del 1966.

Durante la degenza viene assistito da una giovane infermiera di cui si innamorerà in senso tutt'altro che platonico e – nonostante la forte differenza d'età (Merton ha 51 anni, la ragazza circa 25) – l'amore verrà ricambiato.

Diverse persone che hanno parlato e scritto sulla vita di Merton mostrano un certo imbarazzo di fronte a questa vicenda, cercando di porla in secondo piano o presentandola come “uno scivolone” ben poco edificante, ma comprensibilmente umano nella storia di un personaggio di indubbia ed alta statura morale. Personalmente ritengo che i sentimenti e le effusioni che Thom ed “M” (Merton rivelò il nome esteso della giovane solo a pochi intimi amici) poterono scambiarsi dal marzo all'ottobre di quell'anno (1966), quasi sempre nella clandestinità, non furono affatto di secondaria importanza, né tanto meno il frutto di fragilità morale. Molte coincidenze e sincronismi – per dirla con Jung – sogni, eventi, intuizioni, avevano preannunciato quell'epifania del cuore per cui Merton era ormai pronto: e infatti accadde.

Alcuni amici di Thom – oltre alle frequenti visite mediche a cui Merton doveva sottoporsi e per cui era indotto a lasciare il monastero – furono in qualche modo complici, dando ai due innamorati la possibilità di incontrarsi; ma in un giorno di giugno del 1966 un monaco intercettò una inequivocabile telefonata tra i due e ritenne di dover informare l'abate. Don James Fox fu comprensivo, ma intransigente circa un eventuale proseguimento degli incontri. In realtà la relazione non si interruppe. Thom ed “M” arrivarono ad ipotizzare anche il matrimonio, ma né l'uno né l'altra riuscirono a reggere le pressioni contrarie dei loro rispettivi mondi. Scrive Jim Forest, amico e biografo di Padre Louis: « Alla fine Merton decise di rinnovare il suo impegno a rimanere un monaco e di continuare ad essere un eremita. Fu una delle scelte più ardue della sua vita. Il suo amore per Margie [ “M”] non si era esaurito » (1991). 

Solo 25 anni dopo la morte prematura del Trappista del Kentucky i diari contenenti i particolari della vicenda amorosa furono resi pubblici e misero alla luce il profondo travaglio interiore sia del monaco che della giovane infermiera.

Una cosa è certa: da quella storia in poi la vita di Merton non fu più la stessa. Forse Thom aveva appreso qualcosa di radicalmente nuovo, qualcosa che prima non aveva potuto conoscere. Forse fu la prima ed unica storia d'amore della sua vita, perché certo non furono amore le avventure con le ragazze a Cambridge o a New York. Questa volta fu diverso perché in quell'amore maturo poterono coniugarsi finalmente il Maschile e il Femminile, cioè gli archetipi opposti, in un'unione nuziale che supera la mera materialità per aprirsi alla logica del trascendente, proprio come pensava William Blake.

Merton, non solo non rinnegò mai l'amore per “M” e mai si pentì di ciò che era successo, ma si scagliò contro il bigottismo di quel cattolicesimo (frequente a quel tempo come oggi) che vuole togliere alla sessualità – fosse anche quella di un religioso – la sua indispensabile parte passionale e corporea (Love and living, a cura di Naomi Burton, 1979).

Jim Forest racconta che all'inizio del 1967 Thom inviò ai numerosi amici una lettera “mimeografata” (cioè stampata col ciclostile) nella quale parlava della « futilità di una vita sprecata in discussioni, quando essa dovrebbe essere dedicata interamente all'amore » (1991).

Il vuoto lasciato da “M” gli bruciava dentro, forse sentiva il bisogno di trovare consolazione in nuovi contatti umani, magari che gli richiamassero il senso della famiglia unita, famiglia che in fondo non aveva mai avuto.

A Louisville prese a frequentare i coniugi O'Callaghan con i loro numerosi figli: mangiava spesso da loro, giocava con i bambini e a volte si fermava a dormire o a fare con la famiglia passeggiate in campagna. Anche il suo eremo al Getsemani divenne sempre meno un eremo; riceveva frequenti visite; dal filosofo Jaques Maritain alla cantante pacifista Joan Baez, ai suoi più cari amici: Bob Lax, Naomi Burton, Dan Berrigam, Jim Forest, solo per citarne alcuni.

Nel novembre 1968 incontrò più volte il Dalai Lama, in India … Poi ancora viaggi, soprattutto in Oriente, l'ultimo dei quali, a Bangkok, lo condusse definitivamente all'incontro con Dio. Aveva 53 anni.

Ironia del destino … Il suo corpo fu rimpatriato con un areo militare assieme ad altre salme di soldati morti nella guerra del Vietnam: assieme ai caduti per una causa che riteneva ingiusta e contro la quale aveva strenuamente combattuto.

 

Una riflessione non conclusiva

 

Questa carrellata sulla vita di Thomas Merton non vuole ovviamente essere una biografia esaustiva: a chi fosse interessato in tal senso posso consigliare, in lingua italiana, il bel libro di Jim Forest, Vita di Thomas Merton, edito dalla Lindau di Torino nel 2009, dal quale io stesso ho tratto molte informazioni.

 

Perché, allora, ho sentito il dovere di scrivere questo articolo? Perché credo che Padre Louis – dal suo eremo attuale, lassù dov'è, nella luce di Dio – chieda a noi, suoi figli e discepoli, di rendere giustizia (come possiamo, ognuno con gli strumenti di cui può disporre: dallo scrivere, al parlare, al fare ricerca biografica) di cose non dette, trascurate, volutamente annacquate, parzialmente celate. Sì, celate forse da quel perbenismo cattolico giudicante che visibilmente irritava Merton e contro cui egli si scagliò, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, con la forza della sua parola e del suo pensiero.

Personalmente ho sempre cercato di far comprendere, a chi a voluto interpellarmi, che Thomas Merton fu un uomo fuori dagli schemi, con dubbi, incoerenza, continue incertezze, ma con un'enorme vivacità interiore e la grazia di un coraggio da leone; una vivacità e un coraggio che fecero di lui una persona stupenda, un vero Maestro nella vita e nella fede. Teniamo presente che le condizioni in cui si trovò a trascorrere la sua esperienza di persona consacrata e di scrittore non furono certo facili. Negli anni '40 – '60 la vita di un monaco trappista era piena di disagi: il freddo d'inverno e il caldo d'estate scarsamente mitigati, l'alimentazione inadeguata o insufficiente, poche le ore di sonno, gran parte della notte dedicata alla preghiera comunitaria, di giorno un lavoro spesso pesante, non di rado comunità sovraffollate, pochi e fatiscenti servizi igienici, riservatezza precaria. In queste condizioni Merton dovette gestire una propria salute malferma, piena di acciacchi non gravi, ma fastidiosi e invalidanti. Né si lamentò, né mai si fece abbattere, né mai si vantò dei suoi indiscutibili talenti; svolse i compiti che l'istituzione religiosa gli assegnava con sincera obbedienza e sopratutto quelli che gli consegnava il destino o, se preferiamo, quelli che Dio in persona aveva scelto per lui: sopratutto quello di parlare di Lui agli uomini, a tutti coloro che sarebbero stati pronti ad ascoltarlo. Così Merton ci parlò innanzitutto di Dio e di interiorità, narrò la bellezza del silenzio, i tesori della solitudine e della povertà, indicò la presenza del Signore nella natura umana e non-umana, insegnò che nella miseria è sempre possibile la speranza. Urlò che la pace è un dovere e un diritto sacro per l'individuo e per le nazioni.

Merton si mise continuamente in discussione, a volte mancò di coerenza, ma mai di onestà e trasparenza, perché la sua apparente incoerenza in realtà fu continua ed appassionata ricerca del vero. Sapeva che il sentiero che porta a Dio è sostanzialmente ricerca in un continuo cambio di prospettiva, e ci consegnò questo insegnamento anche nelle ultime parole della sua grande autobiografia:

 

“ SIT FINIS LIBRI SED NON FINIS QUAERENDI ”

 

Cassano delle Murge (Puglia), agosto 2017

 

 

 

 

Scrivi un nuovo commento: (Clicca qui)

123homepage.it
Caratteri rimanenti: 160
OK Sta inviando...
Vedi tutti i commenti

Commenti più recenti

14.11 | 06:55
Gli idioti felici ha ricevuto 3
17.10 | 11:42
HOME/Sito ha ricevuto 2
01.10 | 12:56
Freud 2019 ha ricevuto 1
06.09 | 11:44
Merton e il silenzio ha ricevuto 3
A te piace questa pagina