Gent.mo Prof. Corbellini ...

Nella foto: il Prof. Gilberto Corbellini (1958) - Ordinario di Storia della Medicina all'Università La Sapienza di Roma.

Gent.mo Prof. Corbellini,

bella la Sua intervista ad Almo Nature [www.almonature.eu/almoblog], ma da Lei – certamente addentro ai grandi temi della bioetica, più di me e della maggior parte dei lettori – mi aspettavo una posizione maggiormente sfaccettata ed aperta alla pluralità culturale, mentre La vedo scivolare nelle solite posizioni neo-illuministe ed antropocentriche di cui personalmente ho piene le tasche. Mi sento, per formazione e professione, di dover condividere con Lei la critica al cosiddetto “animalismo scientifico”, ma trovo invece assai deboli le Sue considerazioni contro l’etica animalista. Se qualsiasi persona di media cultura può capire facilmente l’importanza che la sperimentazione “in vivo” ha avuto nella storia delle scienze che indagano l’organismo umano e nella medicina, non è altrettanto immediato comprendere il nucleo profondo, animico, che ci accomuna agli animali e che traspare nella frequente similarità del soffrire. Da molti anni (ne ho otto più di Lei) rifletto comparativamente sul funzionamento del Sistema Nervoso Centrale dei mammiferi e ormai credo di poter affermare che –  nella sofferenza – tra me, i miei cani, il gatto del vicino o i topi che osservavo nei laboratori, sono molto più le somiglianze che le differenze, questo sicuramente a livello sensoriale, ma forse – e mi inchino di fronte al mistero – anche sul piano ontologico. Quindi ormai io preferisco “rinunciare”. Rinunciare a fare scienza a tutti i costi, rinunciare a creare nuovi farmaci a tutti i costi, rinunciare a vincere le malattie (non escluse le mie) a tutti i costi, se questo deve comportare il prezzo dello stravolgimento di quegli equilibri morali – nel rapporto con i viventi delle altre specie – di cui già parlava Pitagora di Samo. Il mito ebraico della colpa originale, che fonda in gran parte la cultura morale dell’occidente, ha una risonanza intima, sia pur diafana, anche nella coscienza dell’uomo contemporaneo e dovrebbe insegnarci ancora qualcosa circa i rischi della nostra cocciuta ed illusoria onnipotenza. Già cinquant’anni fa, neppure adolescente, in visita con mio padre ai Laboratori Roche di Basilea, restai traumatizzato dagli occhi di un piccolo cane, che a me parve crocefisso su un piano di legno, a cui erano state recise le corde vocali perché non urlasse nel corso di una sperimentazione. Lo so, adesso non è più così, ma quegli occhi continuano a guardarmi e ad ammonirmi dal profondo dell’anima: Le auguro di poter vivere un’esperienza simile, Le servirà.

Gianni Tadolini, 4 ottobre 2013 

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