/ Tra silenzio, linguaggio ed azione /

Breve riflessione di Gianni Tadolini prendendo spunto da Thomas Merton e Giuseppe Dossetti

“Cerca il tempo adatto per pensare a te e rifletti frequentemente sui benefici che vengono da Dio. Medita argomenti che ti assicurino la compunzione dello Spirito, piuttosto che un modo qualsiasi di occuparti. Trova un sufficiente spazio di tempo per dedicarti alla buona meditazione e rinuncia ai discorsi inutilmente oziosi o alle chiacchiere sugli avvenimenti del giorno”

(Tommaso da Kempis – L'imitazione di Cristo - 1429).

--- Non c'è dubbio che il costitutivo-base di ogni attività politica sia la parola, la parola in tutte le sue manifestazioni: dalle più elevate ed intrise di significato profondo, alle più superficiali fatte di mero chiacchiericcio. A volte, durante i tragitti in auto, mi sintonizzo sulle frequenze di RAI-GR Parlamento, che definisce se stessa “la radio delle Istituzioni”. Qui è possibile seguire in diretta i dibattiti alle Camere, le lunghe diatribe, le relazioni tecniche, la votazione di leggi ed emendamenti: insomma fiumi di parole dalle quali dipende, nel bene e nel male, l'apparato legislativo della Repubblica. Se poi pongo l'orecchio ai telegiornali, o a qualche programma frequentato da opinionisti politici, solo di rado sento discorsi “interessanti”, parole importanti, parole da trattenere, parole che non devono essere taciute. Spesso, al contrario, le parole rompono un silenzio che sarebbe giusto conservare; ridondanti, eccessive, rumorose, ripetitive: la logorrea è una malattia della nostra epoca e il dibattito politico ne è un'espressione evidente.

Così la mente va al “mio” Thomas Merton (1915 - 1968), uno scrittore a cui mi affezionai fin dall'adolescenza; anch'egli si occupò di politica, soprattutto di politica internazionale nel periodo della Guerra Fredda, ai tempi ormai lontani dell'impegno degli Stati Uniti in Viet-Nam. Fece udire la propria voce potentemente all'interno delle Chiese cattolica e protestante: si dice del tutto verosimilmente che i suoi interventi abbiano influenzato non poco l'Enciclica di Papa Giovanni XXIII: Pacem in Terris. D'altra parte Merton di Papa Roncalli fu amico personale.

Non mi soffermerò, in questa breve riflessione, a raccontare di Thomas Merton: non è difficile reperire notizie su di lui e chi è avvezzo alle mie note ben lo conosce. Ricorderò però che fu monaco Trappista, cioè appartenente all'Ordine dei Cistercensi della Stretta Osservanza, una congrega di clausura dell'albero benedettino totalmente dedita alla vita claustrale e al silenzio. Paradossalmente Merton visse gran parte della sua vita da religioso immerso nel silenzio, ma le sue dichiarazioni risuonarono nella mente e nel cuore di milioni di persone e non furono mai parole vuote, superflue o fuori luogo. E' curioso sapere che un Trappista degli anni '60 non parlava neppure con i confratelli: i monaci comunicavano tramite un linguaggio gestuale riducendo le espressioni verbali al minimo indispensabile. Eppure Merton sentì che doveva parlare al Mondo, soprattutto ai potenti della Terra e lo fece affermando a gran voce e senza mezzi termini il primato della pace, il dovere del disarmo, il bisogno di un impegno che togliesse il Pianeta dall'incubo della guerra nucleare. In questa azione – spesso malvista anche dai superiori del suo stesso Ordine, che per un periodo gli intimarono perfino di ritornare al silenzio – trovò alleati ed amici, ne cito due: la militante Dorothy Day, fondatrice del Movimento Cattolico dei Lavoratori, ed il Gesuita Daniel Berrigan, forse l'esponente principale del pacifismo di matrice religiosa in quegli anni. Non v'è dubbio quindi che Merton, Dorothy Day e Berrigam furono veri e proprio militanti “politici” nel senso più preciso e compiuto del termine. Anche se i loro interventi non furono frequenti, mai mancarono di precisione, calibro, totalmente privi del sentore di protagonismo ebbero un'enorme risonanza.

Quanto detto vuole essere premessa alla seguente riflessione: l'azione politica – più che mai nel mondo contemporaneo – dovrebbe ritrovare un linguaggio per Ἀλήθεια (Verità) in grado di “indicare” la via per cogliere la verità. Quindi un significante atto ad esprimere un significato. Secondo il padre della linguistica moderna, Ferdinand de Saussure (1857 – 1913), col primo termine si intende l'espressione, col secondo il contenitore (l'indicatore) di contenuto; appunto, una buona espressione veicola la trasmissione e la comprensione di un dato contenuto. Il linguaggio della politica, che alcuni hanno definito in senso dispregiativo “politichese”, tende sovente a strutture linguistiche, anche articolare, che però non “indicano” alcun contenuto, sono vuote. Questo “parlare per parlare” è tipico dei climi stentori in cui il fraseggio non è anticipato da una riflessione, dove il significante trasmette solo ostentata sicurezza, al di là del contenuto.

Il mondo moderno, in genere, fa abuso della parola e l'uomo comune viene violentato da questo fluire incessante di fraseggio/rumore. Δόξα (doxa – opinione) e Ἀλήθεια (aletheia – verità), appunto, erano i termini con cui i greci indicavano due livelli diversi di utilizzo del linguaggio: il primo aleatorio e opinabile, il secondo preciso e indispensabile. La politica dunque è governata da Δόξα e non sa indicare Ἀλήθεια.

In gioventù ebbi modo di conoscere personalmente Don Giuseppe Dossetti (1913 – 1996), prima personaggio politico italiano impegnato all'Assemblea Costituente nelle liste della Democrazia Cristiana (1946), poi religioso, ordinato sacerdote nel 1959. Certamente Dossetti, dal momento in cui scelse la vita consacrata, smise quasi di parlare, persino ritirandosi a pregare per anni sulle rive del Mar Morto, in Palestina; poi tornò in Italia dando origine ad una comunità monastica d'impostazione contemplativa. Di tanto in tanto pareva riemergere dal passato, con la sua parola tagliente, spesso per difendere la Carta Costituzionale. Tra un intevento e l'altro passavano anni, ma egli era là, pronto ad intervenire ogni qual volta fosse necessario; solamente quando fosse necessario.

Per concludere: ormai le persone autorevoli che ponderano le parole sono rimaste poche, soprattutto in politica; il chiacchiericcio dilaga. Inoltre le varie chat ed i gruppi di WhatApp – strumenti che in sé sarebbero di sicura utilità, in grado di portare alla luce realtà drammatiche altrimenti relegate nell'ombra – sono frequentati per lo più da chiecchieroni impulsivi, coattivamente governati dal bisogno di fare doxa e da quello che personalmente definisco “il narcisismo dei poveri”, cioè il bisogno di apparire almeno nella propria immediata circostanza, dato che non ne hai altra: là, dove si decide veramente, conti meno di nulla.

Ma noi abbiamo bisogno di una politica che mediti prima di parlare, di un'arte del fare che scaturisca dalla dimensione dell'Essere; di un Dasein (esserci, essere nel mondo) – per dirla con Martin Heidegger – che non sia disgiunto dal suo Sein (Essere): altrimenti è follia.

Giugno, 2019

 

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