- Dagli antichi chiostri - Cap. V -

Lo spirito del monachesimo medioevale

di Gianni Tadolini

 

-- Al di là di come si voglia giudicare la presenza della Chiesa cattolica nelle società dell’Europa medioevale, in un periodo che comprende diversi secoli (almeno dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente – nel 476 d.C. – fino all’inizio dell’era moderna), nessuno può negare che fu proprio la Chiesa il principale baluardo contro la devastazione prodotta, a più riprese, dal susseguirsi delle invasioni barbariche. Se l’ingente patrimonio del mondo classico poté giungere fino a noi, se sono arrivati negli scaffali delle nostre biblioteche la filosofia, la letteratura, il diritto e la scienza, che stanno a fondamento della nostra cultura, lo dobbiamo alla più importante istituzione del cristianesimo: il monachesimo, a partire dalle vicende che videro protagonista uno dei massimi vertici della spiritualità e della civiltà occidentale, San Benedetto da Norcia, fino a quelle che si concretizzano nel lavoro paziente e indefesso dei monaci amanuensi copisti.

Il monachesimo benedettino prende nelle proprie mani le ferite che le invasioni delle tribù nord-europee avevano determinato già prima dell’aurora del medioevo. Dobbiamo considerare che il condottiero degli Unni, Attila, era riuscito ad unificare, sotto un unico vessillo, centinaia di orde diversissime per cultura e tradizione, ma aventi un comune denominatore: la rapacità e l’istinto predatorio. Attila arrivò a creare un vero e proprio impero fondato sul culto della sopraffazione e della guerra.

Benedetto nasce pochi anni dopo la morte del “Flagello di Dio” e rappresenta ad un livello archetipico il suo opposto diametrale. Mentre il mondo barbaro è permeato da una cultura del fare, dell’accaparrarsi, dell’agire per avere, quindi da una pratica dell’esteriorità e del possesso, quello del monachesimo si costruisce sull’impalcatura dell’interiorità, della dimensione del Al di Dentro, tensione verso un centro ed un senso, tutti da ricercarsi attraverso un percorso di introversione. Mentre Attila sfodera la spada Benedetto si inginocchia e prega, così si arrende ad un diverso fare, il fare della Grazia divina. Il fare di Attila è governato dalle pretese dell’Io, quello di Benedetto dalla rinuncia all’Io, da ciò che Dio gli chiede nell’interiorità: Attila è un despota dominatore, Benedetto un pellegrino ubbidiente.

Troppo immediato e lampante è il confronto tra lo spirito dell’alto-medioevo e la nostra vita di oggi: non possiamo esimerci dal paragone. La società occidentale odierna è sicuramente “barbara”, in quanto governata dalla logica rapace del fare profitto. Fin dalla prima formazione scolastica il bambino viene stimolato alla competitività e la cosiddetta “meritocrazia” è assunta a principale valore positivo. Per tutta la vita l’uomo porterà con sé questa cultura; cultura dell’emergere, del vincere sull’altro, dell’arrivare primo; se la ritroverà in ufficio, in azienda, in banca, in ospedale, sul campo di calcio, nelle relazioni d’affetto, nella sessualità ed in essa resterà totalmente imbrigliato. A causa di questo fare, spesso parossistico, perderà il contatto con l’Essere. Il fare di Attila e l’essere di Benedetto rappresentano le polarità attraverso le quali si snoda il divenire della vicenda umana.

Benedetto da Norcia – che compare sulla scena della storia all’inizio del 500 d.C. – eredita i valori dell’ascetismo religioso cristiano medio-orientale, quello degli anacoreti, dei Padri del deserto, di Paolo di Tebe, quello di Pacomio e dei primi cenobi. E Benedetto vede nelle possibilità della vita monastica una riproduzione severa, ma gioiosa, magari ingenuamente idilliaca, della vita alle origini del cristianesimo, in quelle forme di aggregazione che si configurarono attorno al primato della carità e della fratellanza. Quindi il monastero è la comunità ideale: i fratelli vivono assieme nello spirito della santa ubbidienza all’abate, nelle cui decisioni si rappresenta la volontà di Dio. Il voto di “santa obbedienza”, lungi dall’essere una triste rinuncia al proprio essere Persona, colloca l’uomo nella giusta posizione di fronte al Creato, quella di figlio: secoli e secoli di evoluzione delle specie vogliono che le creature – tutte, quindi non esclusi gli animali e le piante – sappiano riconoscere la necessità di una sottomissione e di una reverenza alla grandi leggi della Natura ed al mistero della “volontà” del loro Creatore che in esse si esprime. Già Darwin, nell’ultima fase della sua riflessione, ripensò la sua teoria, rendendosi conto che il segreto dei viventi per restare a lungo sul Pianeta non era puntare sulla forza e sulla sete di dominio, ma sulla capacità di adattarsi all’ambiente ed a ciò che la Natura propone.

Indubbiamente, sia la scelta per un radicale appartarsi dal mondo, che quella di mettersi in una prospettiva di obbedienza – entrambe aspetti fondamentale del monachesimo vissuto in senso eremitico o cenobitico – non appartengono allo specifico cristiano. Sono presenti ben prima della nostra era nell’induismo, nel buddhismo, nello Zen e nella tradizione ebraica; poi dopo Cristo, nell’Islam e in altre esperienze religiose. Il monaco si pone in disparte per proteggersi dal frastuono della vita, dal chiacchiericcio del mondo, dal cicaleccio di milioni di parole inutili, lasciandosi così polarizzare dall’essenziale: la scelta monastica è un viaggio dalla periferia al centro.

Lo stile di vita monastico è ciò che scaturisce dal rapporto con l’essenziale. In questo senso lo spirito del mondo pagano, che trovava nell’attaccamento alle cose materiali la sua stessa ragion d’essere, viene rovesciato. Se la cultura dell’antichità imperiale era impregnata del culto della proprietà privata, fin anche a permeare l’intero diritto civile romano, quella del monachesimo erige la solidarietà ed il sentimento di fratellanza come colonne portanti della società cenobitica. Mentre sotto Giustiniano i giuristi bizantini davano forma al Corpus Iuris Civilis, Benedetto da Norcia scriveva la sua Regola: nella Regola benedettina si può anche arrivare a cogliere lo spirito pragmatico e militaresco delle quadrate legioni romane o la precisione degli antichi giuristi, ma ancor di più si respira l’aria del nuovo mondo, quello che verrà illuminato nei secoli successivi dalla luce dei valori cristiani.

Ecco, il monachesimo, che in sé non è un’invenzione cristiana, si arricchisce con Benedetto del valore e del vissuto della carità, dando concreta realizzazione alla visione paolina (Paolo di Tarso, Lettereprima ai Corinzi, 13). Ma oggi anche la visione di Paolo, che comunque si limita a considerare i rapporti fra gli uomini, viene raccolta e ampliata nella Chiesa da un nuovo afflato profetico, fino ad estendere il dovere di carità a tutto il Creato: agli animali, alle piante, al completo insieme dei viventi, come l’Enciclica di Papa Francesco, Laudato Si’ ha cercato di testimoniare. D’altra parte tutto questo già si poteva cogliere nel senso di profondo rispetto per la Natura che aleggiava da secoli in molte consuetudini monastiche (solo un esempio: lo stretto regime vegetariano presente in diversi rami delle riforme benedettine) là dove si esprimeva lo spirito più autentico del monachesimo medioevale.  

 

 

 

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25.09 | 13:40

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