In memoria, a 23 anni dalla morte

Sergio Quinzio e la Teologia Negativa

Sergio Quinzio - Alassio 1927 - Roma 1996

di Gianni Tadolini

-- Nel marzo del 1996, sono ormai 23 anni, moriva a Roma Sergio Quinzio: ricordo quella data. Per i più era uno sconosciuto, o al massimo un teologo minore, un biblista dilettante, uno studioso dei testi sacri che non ebbe modo di salire i gradini della notorietà.

Diversamente per me. Sergio Quinzio era ed è tra gli interpreti del pensiero cristiano di maggior originalità e profondità nel xx secolo, in bilico continuo tra eresia ed ortodossia, ma comunque in grado come pochi di far percepire al suo lettore il fascino e la forza del Mysterium Crucis.

Se andiamo a cercare testi sull'opera di Quinzio troviamo poco:

  • Un bel libro di Angelo Scottini “Sergio Quinzio il profeta deluso”, delle Edizioni Ancora (2006), con la prefazione di Silvano Zucal, docente all'Università di Trento.

  • Un volume di Pia Quinzio, la figlia di Sergio, “Mio padre ed io”, per le Edizioni Armando, 2016.

  • Un saggio di Massimo Jritano “Teofanie dell'ora nona: il pensiero di Sergio Quinzio tra fede e filosofia”, delle edizioni Città Aperta, 2006.

Eppure, chiunque abbia affrontato gli scritti del nostro originale teologo con attenzione ne è sicuramente restato folgorato, e forse si è domandato perché ad un autore di tale spessore non sia stato concesso il podio che gli spettava.

Sicuramente ha avuto peso la provenienza non accademica: neppure conseguì una laurea, mai svolse attività didattica, trascorse la maggior parte della vita lavorativa in un contesto totalmente estraneo alla teologia (impiegato statale nella Guardia di Finanza); ma la potenza dei sui scritti sta nel loro essere impregnati del sudore della vita reale; il cristianesimo di Quinzio, faticoso e disperato, è innanzitutto religiosità profondamente vissuta.

   Sergio nasce ad Alassio, in Liguria, il 5 maggio 1927: morirà a Roma nel 1996, a 70 anni non ancora compiuti. Nel 1973, rimasto vedovo, chiede di andare anticipatamente in pensione e si trasferisce con la figlioletta Pia ad Isola del Piano, un paesino dell'entroterra marchigiano, in provincia di Pesaro alla destra del fiume Metauro, vivendo una vita appartata, ma collaborando con diverse testate giornalistiche.

Scrive alcuni libri, di cui Commento alla Bibbia, per i tipi della Adelphi (1972 – 1976) – pubblicato in un unico volume solo nel 1991 – è un vero successo editoriale. Sempre per l'Adelphi escono, poco prima della morte, Mysterium Iniquitatis e La sconfitta di Dio, che pongono le basi della Teologia Negativa. Qui è doverosa una precisazione: Quinzio non parla esplicitamente di “Teologia Negativa”, ed il suo pensiero si discosta abbastanza dai teologi negativisti del “totalmente altro” (Kierkegaard, Barth e Rudolf Otto), per i quali la distanza tra il Creatore e le creature è incommensurabile sia in senso ontologico che cognitivo; in Quinzio la negatività è quella di una fede disperata, per l'enorme ritardo nell'attuarsi della παρουσία (parusìa), la venuta di Cristo totalmente e definitivamente salvifica.

Nella vita di Sergio c'è un episodio drammatico che diviene il perno della riflessione sul senso della vita stessa, nonché il motore della sua posizione teologica: nel febbraio del 1970, dopo anni di malattia ed una lunga agonia, muore di cancro la giovane moglie Stefania Barbareschi – a 33 anni – di cui Sergio è molto innamorato. Nel 1971, ad un anno di distanza dalla morte della moglie, Quinzio scrive L'incoronazione, una forte descrizione della loro vicenda umana, dai primi passi dell'amore, fino al calvario della fine: “per testimoniare e gridare a Dio l'orrore di un mondo, proclamato redento, in cui ciò che è buono e pieno di tenerezza non può che essere crocifisso e calpestato” (intervista di Paolo Gheddo a Sergio Quinzio, per la rivista Mondo e Missioni, febbraio 1993).

Ad alcuni anni dalla scomparsa di Stefania Sergio si risposa con la prof.ssa Anna Giannatiempo, docente di filosofia all'Università di Perugia e grande stimatrice dell'acume teologico dell'intellettuale ligure, ma l'amore per la prima moglie non verrà adombrato dall'arrivo della nuova compagna, che si dimostrerà sempre rispettosa e delicata di fronte al primitivo affetto del marito. Anna sarà anzi testimone dell'eredità culturale ed esistenziale di Quinzio, ivi compreso il senso escatologico della fedeltà sentimentale a Stefania, rappresentazione della speranza delusa dell'amore eterno.

Nella post-fazione al libro di Angelo Scottini la Giannatiempo scrive: “Il tema escatologico […] fu senza dubbio il cuore del pensiero religioso di Sergio fin dalla sua giovinezza […], spesso ripeteva che anche nel sonno invocava il ritorno del Messia”.

Fu così: per l'intera vita Quinzio non si dette pace all'idea che la promessa del ritorno del Messia, dichiarata nelle scritture, non si fosse ancora realizzata. Si pose ripetutamente la domanda in cosa consistesse quindi la redenzione in un mondo immerso nell'esperienza del dolore sociale e personale. Quinzio avrebbe voluto che la redenzione fosse stato un evento concreto nella vita dell'individuo e nella storia, non solo una conversione nella fede. D'altra parte, per tutto il primo secolo ed oltre, le comunità cristiane aspettarono il ritorno di Cristo (Apocalisse, 19,6) come fatto imminente, poi il tempo trasformò la speranza in metafora: Quinzio, in fondo, si radica esattamente alle origine della fede cristiana. In La sconfitta di Dio, del 1992, mette in evidenza il dramma di un Dio che tarda a venire; indica quanto appaia debole Dio di fronte all'accorata preghiera dell'uomo: Dio non può, non riesce, non è in grado di intervenire per sanare, “... un Dio assente dal mondo, un Dio che deve pervenire misteriosamente alla propria divinità attraverso la lacerazione e la sconfitta ...

Ma forse Sergio Quinzio, “il profeta deluso” – per dirla con Angelo Scottini – da vero mistico ci indica l'unica via possibile dell'essere cristiano, la verità assoluta, alla cui luce si offusca ogni altro credo, là dove “Iudaei signa petunt et Graeci sapientiam quaerunt, nos autem praedicamus Christum crocifixum” (Corinti, 1-23) si rivela la grandezza del Mistero della Croce, archetipo di ogni sofferenza e di ogni limite dell'Universo: noi siamo figli ed adoratori di un “Dio perdente”. Stanchi di secoli di Dei trionfanti e gloriosi, Dei che chiedono sacrifici per non dare nulla in cambio, privi di ogni tenerezza e calore, sentiamo il bisogno di volgere lo sguardo all'Uomo della Croce. Questo Dio, che non ci salverà dalla malattia, dalla povertà, dalla perdita del lavoro, dal tradimento della persona amata, dalla morte di un figlio, da un reparto di oncologia, da un omicidio, dal nostro dolore e dalla nostra umana meschinità, ma che saprà esserci vicino nel momento del dramma della vita e della sua fine, perché è fatto come noi, perché condivide con noi il pesante fardello dell'essere carne. Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis (Giovanni 1-14).

 

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