Ipazia di Alessandria

Tra fascino e scienza

Ipazia in un dipinto del 1885 di Charles William Mitchell

-/- Da un'immaginazione di Gianni Tadolini -/-

 

Di due donne mi innamorai fin da giovane: Santa Veronica Giuliani, la mistica di Città di Castello – sulla quale pubblicai anche un piccolo libro – ed Ipazia di Alessandria, ma di lei non ho ancora scritto nulla.

Non è mai troppo tardi e comincio ora. Mi sono preso la briga di chiedere ad alcuni giovanotti del Liceo Classico – che di storia della filosofia dovrebbero saper qualcosa – chi fosse Ipazia di Alessandria: chi non ne aveva neppure sentito parlare, chi almeno la collocava tra i filosofi minori del neo-platonismo, ma nulla più. E dire che il suo fascino e sapere si diffusero ampiamente non solo in Egitto, terra d'origine della fanciulla, ma in tutta la Grecia della fine del 300 e ben oltre. Il fatto che fosse donna – e che da donna si fosse occupata di discipline del tutto virili per quei tempi – dovrebbe aver contribuito alla sua notorietà; invece no. Così la nostra Ipazia si colloca a metà tra la mitologia e la storia: da un lato abbiamo di lei scarsissimi riferimenti accreditati e questo concede alle nostre proiezioni bizzarre di farne un'eroina, giovinetta bellissima di rara intelligenza, oppure donna fredda incline unicamente a perseguire un proprio potere, ma dall'altro è certo che sia esistita a cavallo tra il IV e il V secolo dell'era cristiana, nel bel mezzo della dinastia Costantiniana, molto addentro alle dispute ed ai rompicapo che si svolgevano alla Scuola di Alessandria, di cui potrebbe essere stata addirittura la fondatrice del secondo ramo.

Le “scuole alessandrine”, quelle che vedono nella rivisitazione del pensiero di Platone una comune origine, furono sostanzialmente due: la prima, più antica, di Ammonio Sacca, di Origene e Plotino; la seconda – oltre che appunto la bella Ipaziaospitò fra gli altri Sinesio di Cirene, Ierocle di Alessandria e Asclepio di Tralle, giovani “laici” portatori di una reale ventata fresca in quel mondo cupo. Sì, un alito di vento che sussurrava del diritto a pensare, in quella cultura stantia, ammuffita dai tempi di Origene, della Gnosi, o addirittura da Tertulliano, quando ci si masturbava sul tema della Unione Ipostatica e del Filioque. Ma quell'aria era anche vento di tramontana che sferzava una società oppressa dal potere imperial-clericale scaturito dalla ipotetica buona volontà pacificatoria di Costantino il Grande e del suo socio Valerio Licinio; poi smarrita, la volontà pacificatoria, con Teodosio I e l'Editto di Tessalonica. E' sotto la mannaia di Teodosio e del Primo Concilio di Costantinopoli che il pensiero si fa “pensiero unico” – per dirla alla Ignazio Ramonet di Le Monde – che tutti si deve pensare come hanno deciso i babbioni di Nicea nel 325.

Anche ad Alessandria, nei giorni più verdi di Ipazia, il vescovo Teofilo, brutta figura di cattolico esaltato, si era dato un gran da fare a proibire il culto di Mitra e di Dioniso e a mandar ruspe e cingolati ad abbattere i loro templi. L'imperatore Teodosio, dopo un rapida goduria iniziale, si avvide dell'azione convulsa e sproporzionata di questo Torquemada ante-litteram e provò a dargli una tiratina d'orecchi: quello – per tutta risposta, voglioso di menar le mani – mise a ferro e fuoco gli ultimi templi pagani rimasti. A Papa Innocenzo I caddero le braccia e non solo e scomunicò Teofilo.

Intanto, in questo clima da Santa Inquisizione, che ne era stato di Ipazia? La giovane si manteneva dedita allo studio della matematica, dell'astronomia, della fisica e della metafisica, ma, tra un teorema e l'altro, si interessava anche alle faccende politiche della città. Scrive lo storico cristiano Socrate di Costantinopoli, detto “Scolastico”: «Per la magnifica libertà di parola e di azione che le venivano dalla cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale» (Historia Ecclesiastica).

In effetti tra i frequentatori di queste scuole pagane – in genere invise alle autorità cristiane – c'erano spesso personaggi che spiccavano per la loro cultura e sapienza, fino a conquistarsi il rispetto e la deferenza dei cittadini. Ipazia, inoltre, era figlia di un matematico, Teone, noto fino in Grecia e a Roma per il voluminoso Commentaria in Ptolomaei syntaxin mathemathicam, di cui preziosi frammenti sono oggi custoditi presso la Biblioteca Vaticana. Quindi l'essere figlia di Teone già era sufficiente a farsi largo tra gli astanti nelle pubbliche assemblee. In più mettiamoci le doti naturali: intelligenza, dialettica ed avvenenza, e possiamo capire come Ipazia avesse porte aperte ed inviti in molti consessi.

Non c'è da meravigliarsi quindi che certi monaci cristiani bigotti e rissosi come i Parabolani, una specie di squadracce al soldo del vescovo, cominciassero a tener d'occhio la giovane intellettuale cercando di capire da che parte stesse in fatto di schieramenti politici.

Nei primi anni del 400 a Teofilo successe Cirillo di Alessandria, canonizzato e nominato Dottore della Chiesa da Papa Leone XIII – che di queste faccende ne capiva ben poco – nel 1882, figura, questo Cirillo, non meno losca e assassina del suo predecessore. Insomma, Ipazia, che poteva avere attorno ai 40 anni, fu accusata di stregoneria e di una relazione irregolare col prefetto della città, un certo Oreste, in continuo conflitto con Cirillo. I Parabolani la denudarono e la trascinarono per ore legata per le vie cittadine riducendole il bel corpo a brandelli. «In quei giorni – scriverà il vescovo copto Giovanni di Nikiu nel VII secolo – apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, dedita completamente alla magia, agli astrolabi, agli strumenti di musica e all'ingannar persone persone con stratagemmi satanici. Il governatore della città l'onorò esageratamente perché ella l'aveva sedotto con le arti magiche: il governatore cessò di frequentare la chiesa come era stato suo costume. E non solo fece questo, ma attrasse a sé anche molti altri credenti» (Cronaca).

Insomma, l'omicidio di Ipazia è all'origine di quella persecuzione contro le culture non-cristiane che si formalizzò con la decisione imperiale di Giustiniano del 529: spazzar via il paganesimo chiudendo tutte le scuole, vessando i dissidenti, togliendo di mezzo i maestri non ecclesiastici. Da qui va sempre più configurandosi lo strapotere delle chiese di Roma e di Costantinopoli, potere che in qualche modo si è perpetuato fino ai tempi dell'era moderna.

E in conclusione? Forse non c'è nessuna conclusione da trarre, oppure sì: la Signora vestita di nero con la grande falce arriva comunque a sistemare le cose, e a lei dovette inchinarsi anche il nostro San Cirillo di Alessandria il 27 giugno 444. «Finalmente, finalmente è morto quest'uomo terribilesi disse di luiIl suo congedo rallegra i sopravvissuti, ma sicuramente affliggerà i morti» (da una lettera di un fedele inviata al vescovo Teodoreto di Cirro nell'estate del 444 e tutt'ora conservata nell'originale).

 



 

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