Gli idioti felici

di Gianni Tadolini

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Circa la felicità si sono dette un sacco di cose e migliaia di santi e santoni, illuminati e veggenti, “Coach” e maestri New Age hanno cercato di vendercela con i loro libri, insegnamenti e corsi vari. Ho voluto documentarmi sul tema “felicità”, ma ho trovato molta confusione, sia in senso terminologico che contenutistico. Spesso si confondono felicità e benessere, oppure felicità e gioia. Altre volte la si lega al denaro ed al possedere che esso consente, come fa il noto esperto d'alta finanza Richard Easterlin, per il quale fino ad un certo punto la felicità, riportata in assi cartesiani, è direttamente proporzionale all'incremento economico, poi il diagramma si inverte e forma una curva con concavità verso il basso (Easterlin Paradox, 1974).

Nella mia vita ho incontrato persone che, ostinatamente, si dichiaravano felici: alcune si sono addirittura irritate quando ho loro ricordato la coltre di sofferenza in cui il Pianeta è avvolto e che impedisce di fatto lo stato di felicità. Dato che mi occupo di questioni legate ai diritti degli animali, ho spesso chiesto a questi amici: «bene, vieni con me a visiare un macello, poi mi dici se continui ad essere felice». Nessuno mai ha accettato la mia proposta, anzi, non di rado si sono ritirati spaventati. Ma io so cos'é un macello, conosco le grida disperate dei maiali che annusano il doloroso avvicinarsi della fine, il belato triste degli agnelli che cercano con lo sguardo perso la mamma, pochi minuti prima di essere sgozzati e appesi a testa in giù ancora vivi. Conosco le file di mucche che hanno capito, rassegnate di fronte alla “camera della morte”, la cui porta si apre ritmicamente mostrando il suo al di là colmo di angoscia e di tragedia … E questo per migliaia e migliaia di volte, per mesi, anni, per sempre … Nell'inferno non c'è futuro.

Quindi nessuno può negare che la sofferenza del mondo sia un bell'inghippo alla Crociata dei Felici: “accidenti a chi soffre – verrebbe da dire – ci rendono la vita difficile”. Già ci provò Epicuro a far scuola di felicità, nel terzo secolo antecristiano, col suo tetrafarmaco contenuto nella Lettera a Meneceo, ma – a quanto pare – ebbe scarso successo. Poco prima Aristotele aveva cercato di balbettare qualcosa nel settimo libro della sua Etica Nicomachea, ma in entrambe i casi – sia il filosofo di Samo che l'eccelso di Stagira – non avevano tenuto conto del “contagio”, cioè del potere enorme che ha il sofferente di infettare l'aspirante felice.

In molti hanno tentato di affermare che in fondo, con un po' di buona volontà, si può provare ad essere felici, ma assai raramente sono stati convincenti per chi, al contrario di loro, faceva l'esperienza diretta dell'infelicità più profonda … E di recente, nella lunga serie degli ottimisti, si era inserita anche la brava giornalista Nadia Toffa, la cui morte in giovane età ci ha lasciato col magone: «Trasformare quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un'occasione, un'opportunità» – diceva Nadia – che sulla sua malattia ci ha scritto un libro (Fiorire d'inverno, Mondadori 2018). Lunedì 11 febbraio 2018 Nadia – sempre bella nonostante la terapia radiante che l'aveva provata ed indebolita – annunciava pubblicamente di aver vinto il cancro, un glioblastoma multiforme al cervello, ma noi che qualcosa ci capivamo sentimmo un crampo allo stomaco. Nessuno, o quasi, guarisce dal glioblastoma: solo il 5% dei pazienti, se ben trattati con chemio e radio, riesce a sopravvivere oltre i tre anni mentre, lasciando fare alla natura, la morte arriva tra forti dolori e disordini neurologici nel giro di pochi mesi. Nadia Toffa è morta il 13 agosto 2019. Soprattutto nelle ultime settimane ha sofferto tanto.

Ho preso la sofferenza di Nadia solo ad esempio – e le chiedo perdono – per rimbrottare i Crociati, ma andiamo oltre.

Anche Gesù, in Matteo 5, 1-12, ci parla di beatitudine: essa potrebbe avere molto a che fare con la felicità. Tuttavia, a sentire Gesù, la beatitudine, compagna del dolore, dell'indigenza, della persecuzione, è possibile se si introduce il sentimento escatologico della speranza. Gesù ci insegna che “il mio Regno non è di questo mondo” – Giovanni 18, 28-38 – e in tal senso considera la felicità una sorta di riscatto futuro, appartenente al Regno del Padre: nel Hic et Nunc umano la felicità non è presente, neppure nel Nuovo Testamento.

Ma lasciamo gli antichi e avviciniamoci a noi salendo su lungo il corso dei secoli. Incontriamo ad un certo punto Jeremy Bentham, accanto ad altri “utilitaristi”, tutti desiderosi di dire la loro sul tema e per i quali una qualche forma di felicità tutto sommato è possibile. Arrivano in sintesi a dire – come Bentham – che è dovere dei governanti “minimizzare” il dolore e “massimizzare” il piacere, per rendere felici quanti più cittadini possibile: bella teoria, ma molto astratta. Bentham afferma che persino gli animali, in quanto capaci di provare dolore, hanno diritti, cioè il diritto a non soffrire ed essere felici. Anche Schopenhauer cerca di dire qualcosa – proprio lui che di certo ottimista non era – e scrive un libretto: L'arte di essere felici (Tr. it. Adelphi 1997), ma per il filoso tedesco, che si accontenta di poco, una vita è felice se è una vita passabile. Ecco, appunto: Schopenhauer è ben cosciente che la sofferenza incombe e non può essere evitata.

Se continuiamo con i filosofi finiamo per perderci, quindi riassumo con le parole di Darrin McMahon, attualmente docente di Storia in un'università della Florida e autore del libro Storia della Felicità (Tr.it. Garzanti 2007): «La felicità è in quello che ci capita e non dipende da noi». Nella frase lapidaria dello scrittore americano si fissano i presupposti per l'analisi definitiva del problema: è illusorio pensare che gli individui possano avere a tal punto il controllo la propria situazione esistenziale tanto da garantirsi la felicità come stato costante. Freud, il padre della psicoanalisi, così si esprimeva a proposito: «La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali d'allarme che sono il dolore e l'angoscia; dal mondo esterno, che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane; infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine dall'ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra» (Il disagio della civiltà, 1929).

In tempi recenti alcuni scienziati hanno voluto indagare con gli strumenti della neurobiochimica il tema della felicità (Kringerlbach & Berrildge nel 2009 e il gruppo di ricerca guidato dal Prof. Kwang-Cheng Chen al Dipartimento di Biostatistica ed Epidemiologia dell'Università della South-Florida nel 2013) arrivando ad evidenziare come il sentimento dell'essere felici sia legato all'attività neurotrasmettitoriale, soprattutto a carico del sistema della 5-HT (- Serotonina = 5-HidrossiTriptamina, una catecolamina il cui precursore biologico è un aminoacido, il Triptofano -) e dell'attività enzimatica delle MAO–MonoAminoOssidasi, regolatori biochimici di tutte le catecolamine. Gli individui (uomini e animali) con compromissione dell'attività serotoninergica e sintomatologicamente anedonici (incapaci di provare piacere in qualsiasi contesto) non riescono mai a sentirsi felici, neppure per brevi momenti. Questo è il caso dei soggetti con disturbi cronici dell'umore, come nel Disturbo Distimico grave. Altresì i soggetti con enfatizzazione dell'attività monoaminergica, come nella fase euforica (polo positivo) del Disturbo Bipolare, si sentono facilmente felici anche se la vita riserva loro circostanze avverse, o appaiono impermeabili al dolore altrui. Fra gli aneddoti di segno opposto si trova che Edwart Bach, il discusso medico inventore della terapia con i Fiori di Bach, avesse assunto tale sensibilità alle vibrazioni del dolore altrui al punto da non poter più neppure uscire di casa senza soffrire: morì ancora giovane.

Allora, per concludere, cari Crociati della Felicità: non è più “vera” e degna di encomio la sottomissione coraggiosa di colui che accetta il fardello che la vita gli assegna, piuttosto che la bandiera della vostra crociata? Ah, se ascoltassimo con umiltà l'eco profondo di ciò che Paolo di Tarso ci consegna nella Lettera ai Romani, al capitolo 6: « … perché il salario del peccato è la morte » invece di sventolare il vessillo di un'improbabile felicità di fronte al cancello di un illusorio Eden al cui ingresso continua ad esserci severo il Cherubino con la spada di fuoco (Genesi, cap. 3). D'altra parte così la pensava anche Dostoevskij: per essere felici bisogna essere idioti.

 

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