- Fibromialgia: atto terzo -

Il dolore

 

 

 

 

 

 

 

Puntate precedenti:

Fibromialgia, atto primo:

www.gianni-tadolini.it/442124002

Fibromialgia, atto secondo:

www.gianni-tadolini.it/207772486

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di Gianni Tadolini

 

È venuto il momento di provare a capire qualcosa sui meccanismi del dolore fibromialgico. In effetti la faccenda non è poi così semplice; prima è necessario avere un’idea sulla natura del dolore neuropatico: che cos’è e come funziona.

Il dolore, considerato nella sua accezione più elementare, è una risposta organizzata dal sistema nervoso ad una stimolazione intensa che avviene a seguito della lesione di un tessuto innervato, ad esempio la pelle. Abbiamo una lesione, come un taglio, una bruciatura, una puntura: a questo punto parti terminali (terminazioni libere) di un determinato neurone, dette nocicettori, segnaleranno la presenza di un danno tissutale potenzialmente pericoloso per l’organismo, ed invieranno messaggi al cervello; questi verranno elaborati appunto come “esperienza di dolore”. I nocicettori non sono collocati solo sulla pelle (nocicettori cutanei), ma anche in altri distretti anatomici, per cui si parla di nocicettori muscolari, articolari, viscerali ecc. Nel dolore “nocicettivo” l’elemento fondamentale e costante è il danno presente in un tessuto che viene ad interessare prima il Sistema Nervoso Periferico, poi il Sistema Nervoso Centrale.

Il dolore neuropatico invece può manifestarsi anche in assenza di un danno oggettivo: ciò che risulta compromessa, quindi, non è l’integrità di un tessuto, bensì una funzione. Potremmo dire, volutamente banalizzando, che il sistema nervoso commetta una sorta di errore, interpretando un segnale di pericolo al quale però non corrisponde nessun pericolo effettivo. Il dolore del fibromialgico che tipo di avvertimento contiene? Apparentemente nessuno, è solo un avvertimento “sbagliato”: non c’è nessuna lesione per cui correre ai ripari, nessun danno di tessuto, nessun invasore (bacilli, virus, tossine, agenti irritanti, cioè antigeni) da fronteggiare.

Altro fattore: nel dolore da danno tissutale, a seguito del trauma, si origina una cascata di eventi chimici finalizzati a produrre, con diverse scale d’intensità, un’infiammazione. Essa è la prima e fondamentale risposta immunitaria ed è la prima barriera contro l’invasione di un fattore estraneo, appunto l’antigene. L’aumento termico del tessuto, l’edema locale, la presenza di sostanze chimiche prodotte per l’occasione (istamina, bradichinina, prostaglandine ecc.) servono da un lato a rendere l’ambiente più inospitale possibile agli invasori, dall’altro a mandare segnali al cervello.

L’infiammazione può passare da locale a “sistemica” ed interessare tutto l’organismo. Ma nella fibromialgia dov’è l’infiammazione? Quando è presente è comunque di bassa soglia; ecco perché nel fibromialgico alcuni Test infiammatori importanti, ad esempio la PCR (Proteina C Reattiva), la IL-1 (Interleuchina-1), la VES (Velocità di Eritro-Sedimentazione) presentano di solito valori di scarso interesse sul versante clinico.

Alcuni sostengono che il dolore fibromialgico debba dunque considerarsi non tanto neuropatico in senso stretto (come ad esempio quello della neuropatia diabetica), ma idiopatico, cioè senza una causa, almeno senza una causa rintracciabile; altri preferiscono definirlo addirittura psicogeno, cioè determinato unicamente da eventi intrapsichici, cioè da una sorta di tensione/disagio affettivo che va a scaricarsi letteralmente sul sistema muscolo-scheletrico. Altri ancora vedono nel dolore del fibromialgico un meccanismo “alessitimico”, in cui la persona, ben poco consapevole di un conflitto interiore (inconscio), convertirebbe lo stato psicologico in reazione somatica: il dolore del corpo rappresenterebbe quindi un dolore dell’anima: Sigmund Freud parlava di “isteria di conversione”.

Alcuni anni fa ricordo di aver trattato un paziente, uomo di 40 anni, la cui vita era stata invalidata per anni da forti dolori muscolari, senza che ci fosse alcun riscontro reumatologico oggettivo. Il paziente rifiutava drasticamente l’idea di essere depresso. Tuttavia alla descrizione del quadro esistenziale, che avvenne nel corso delle prime sedute, salirono all’evidenza una miriade di eventi e sventure che avrebbero fiaccato il buonumore anche al più ilare ed ottimista degli individui. Ci vollero circa venti incontri perché l’uomo cominciasse ad ammettere la risonanza intima legata alle ferite ed ai colpi infertigli da una sorte impietosa. Col crescere della consapevolezza i dolori si attenuarono per lasciare il posto alla tristezza ed a volte persino ad un pianto disperato. L’utilizzo poi di “paroxetina”, un antidepressivo serotoninergico, lo liberò completamente dalla fibromialgia nel giro di due mesi di terapia. A distanza di ormai 3 anni so che i dolori non si sono più presentati, pur avendo sospeso l’antidepressivo ormai da molto tempo.

In conclusione, quale è quindi la natura del dolore fibromialgico? Una risposta esaustiva né la medicina né la psicologia sono ancora in grado di darla, o forse il problema della classificazione di questo dolore non troverà mai una soluzione soddisfacente; tuttavia credo ragionevole collocare la sofferenza fibromialgica in un terreno intermedio, su una linea di confine in cui si incontrano la dimensione neuropatica e quella psicogena, perché certamente la compromissione della funzione di trasmissione dell’impulso algico è implicata quanto però è altrettanto implicato il quadro personologico che si riscontra nella maggior parte dei pazienti affetti da questa sindrome.   

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Filomena Izzo | Risposta 17.11.2020 09:19

Da anni soffro di fibromialgia , all'inizio è stata la cosa peggiore che potesse capitarmi tra quelle che già avevo avuto, ora so che è tutto vero.

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