Riflessione sulla dimensione onirica

Henri Rousseau: Il sogno

Sogno e Identità

 

di Gianni Tadolini

 

Tutto il potere all'immaginazione

Epigrafe su un muro della Sorbona - Parigi 1968

 

 Apertura - Questo breve lavoro ha le caratteristiche di un'autobiografia, non tanto della vita esteriore, quanto di quella interiore e profonda. Gli obiettivi sono due: il primo e più significativo consiste nel ricapitolare a me stesso il percorso che ha portato alla configurazione della mia identità di oggi, quest'oggi in cui sto attraversando la terza età; il secondo è cercar di capire qualcosa sul significato della dimensione onirica nella storia dell'individuo in genere e non solo nella mia.

Nei secoli circa il sogno si è detto molto: tante sono le interpretazione che un grosso volume non basterebbe a contenerle tutte. Un approssimativo riassunto potrebbe dividerle in due gruppi: quelle che originano da una visione simbolico-mitologica e quelle che assumono come base di partenza le scienze neurofisiologiche. La psicoanalisi – nonostante sia una disciplina nata in ambito medico (medico era lo stesso Freud) – si colloca senza dubbio nel primo gruppo, dato che il padre della psicoanalisi fu influenzato, nel comporre la teoria delle nevrosi e del sogno, più dalla mitologia che dalla neurofisiologia. Certamente, al tempo del Maestro viennese, questa disciplina disponeva di strumenti d'indagine molto limitati, mentre il mito greco rappresentava un contenitore colmo di una ricchezza inesauribile. È appunto dal sogno che vorrei partire per ricercare in me stesso elementi della mia identità sui quali ancora, ormai settantenne, ritengo di non avere chiarezza. Sui sogni ho lavorato molto, soprattutto in gioventù: le mie 270 sedute di analisi personale, svolte a Rimini nello studio del compianto Prof. Giuseppe Tonini, erano in gran parte analisi dei sogni; meglio, interpretazionedei sogni. Sì, perché gli psicoanalisti di orientamento freudiano, ai quali il Professore apparteneva, ritengono di poter interpretare la maggior parte dei sogni. Non è ancora pienamente evidente cosa loro intendano col termine “interpretazione”: per il Prof. Tonini si trattava di una spiegazione abbastanza dettagliata e razionale del sogno, cioè ad ogni scena, immagine, o frammento d'immagine del sogno veniva dato un significato. Era importante che il paziente condividesse le proposte dell'analista o, ancora meglio, che fosse il paziente stesso a proporre significati, che a loro volta dovevano però essere accettati dall'analista. Analizzai almeno una trentina di sogni; per alcuni ancor oggi sento ricche di senso le interpretazioni che vennero date, ma altre non ressero al vaglio del tempo e negli anni mi resi conto che erano state indotte dal “sistema fondamentale di riferimento” – per dirla con Armando Bauleo – su cui poggia l'intera impalcatura psicoanalitica: il desiderio sessuale. Volendo si può dare al desiderio sessuale un'estensione ampia, arrivando ad assimilarlo al movimento energetico che Freud chiama Libido (la tensione verso il piacere di cui il desiderio sessuale sarebbe la principale manifestazione). Essa, la Libido, è per la psicoanalisi come l'acqua in cui il pesce (il paziente) nuota. E tornando a me: che rubinetti, manici di scopa, coltelli, bastoni ed aste di vario tipo avessero sempre un significato sessuale oggi non ne sono affatto convinto, mentre allora lo davo per scontato; che pozzi, voragini, temibili anfratti, vortici risucchianti, rappresentassero il mio timore di precipitare nella mortificazione o nell'insicurezza esistenziale, a distanza di quasi quarant'anni, ne sono ancora certo. Poi nuovi e importanti elementi culturali vennero a modificare i miei scenari onirici e, di conseguenza, le interpretazioni: furono lo studio e la pratica dell'etologia. A partire dal 1993 una serie di opportunità professionali mi misero a contatto con la psicologia degli animali. Per anni dovetti occuparmi di animali da laboratorio, ma successivamente – grazie ad una sana crisi di coscienza scaturita dalla vista dell'insopportabile sofferenza dell'animale destinato a scopi scientifici – lasciai quel mondo fatto di gabbie, costrizioni, cannule ed elettrodi impiantati ed iniziai ad osservare gli animali nel loro ambiente naturale o semi-naturale. Dal rapporto con i cani – quelli domestici, ma soprattutto quelli randagi e selvatici – imparai molte cose, in senso sia scientifico che morale. Dal 2012 – in concomitanza dalle mie dimissioni definitive da A.I.S.A.L. (Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio) e grazie alla frequentazione dell'Alta Murgia, nell'entroterra pugliese – ebbi modo di osservare il comportamento di animali, una volta domestici poi abbandonati dall'uomo, ed altri ormai inselvatichiti da generazioni di vita randagia. Capii cose importanti, in quegli anni, ad esempio che il vissuto della speranza è presente in molti mammiferi; che il sentimento di solidarietà non è appannaggio esclusivo dell'uomo; che la gioia, il dolore, l'angoscia sono presenti in un uomo come in un maiale, in una pecora, in un cane, in una mucca. Mi resi conto che un maiale condotto allo scannatoio, o un cane selvatico preso a pietrate, provano emozioni del tutto simili al condannato umano inviato al patibolo, o al barbone inseguito dalla sassaiola di adolescenti stupidi e crudeli. Capii che costringere una scrofa da allevamento intensivo in un box dove può a mala pena muoversi è un crimine perché si reprimono tutti i suoi fondamentali bisogni. Vidi galline in batteria con le zampe marcite dalla protratta immobilità; vitelli strappati alle madri e costretti a vivere in spazi limitatissimi, dove il loro naturale istinto alla corsa e al gioco era totalmente inibito affinché la scarsa ossigenazione dei tessuti ed i bassi valori di emoglobina rendessero la carne bianca, quindi di maggior pregio commerciale. Non voglio tenerla lunga sull'immane coltre di dolore che, a causa dell'uomo, sentii riverberare dal mondo animale. Ma oggi so per certo che la consapevolezza della dannazione della nostra specie ha rimodellato tutta la mia vita esteriore ed interiore: la coscienza morale informa il tessuto psicologico fino a sedimentare nello scenario onirico. Per me “sognare” l'uomo significa tratteggiare immagini di un essere rapace, persecutore, ingordo. E quando, tempo fa, un'amica che si occupa di scienze psichiche definì questo mio motivo onirico intriso di un'antica angoscia persecutoria, replicai che avrei di certo riflettuto sulla sua interpretazione, ma al contempo le proposi di accompagnarmi nella visita di un macello e di un allevamento intensivo: ovviamente spaventata declinò l'invito.

Il sogno: la sua genesi, il suo significato - La persona comune ricorda i propri sogni come un caledoscopio d'immagini, a volte frammentate e sconnesse, cioè prive di una grammatica che le trasformi in qualcosa di sensato, altre volte interconnesse tra loro a raccontare una storia, una vicenda, in cui il sognatore è in qualche modo protagonista, o almeno attore. È molto raro che in uno scenario onirico il sognatore non sia presente. Di ipotesi presunte scientifiche sulla genesi e sulla funzione del sogno se ne sono fatte molte: più o meno le conosco per dovere professionale, ma non mi interessa parlarne in questa sede in quanto non le ritengo probanti di alcunché e spesso abbastanza sbilenche: come nasca il sogno e perché esista ancora non lo sappiamo veramente; forse non lo sapremo mai. Fino agli anni '60 – a partire dalle ricerche di Eugene Aserinsky, il ricercatore statunitense che scoprì le fasi del sonno (1953) – l'attività onirica venne considerata come principale produzione della fase REM del sonno. Le indagini successive, effettuate da Hobson e McCarley, ma soprattutto quelle del neurochirurgo sudafricano Mark Solms, misero in evidenza che i due fenomeni erano distaccati: individui con lesioni importanti dell'area parietale dell'encefalo smettevano di sognare, pur mantenendo la fase REM. Personalmente ho prodotto una riflessione che prende, come punto di partenza, la teoria di Eugen Tarnow, massimo studioso della MLT - Memoria a Lungo Termine (How Dreams and Memory May Be Related – Neuropsychoanalysis, 2003 – n. 2, vol. V) secondo cui il sogno agirebbe come continuo processo di riconfigurazione e sistematizzazione della miriade di elementi esperienziali dai quali ogni persona è toccata. Sarebbe dunque grazie al lavorio onirico – sia quello ricordato che quello obliato – se possiamo avere coscienza sensata di avvenimenti anche molto antichi che hanno riguardato la nostra vita. Faccio il seguente esempio: se per costruire un mosaico necessitassi di pietruzze di uguale dimensione, ma avessi a disposizione materiale mischiato ed eterogeneo, dovrei semplicemente selezionare, attraverso un setaccio, le tessere che risultino utili alla composizione del mosaico stesso: il mosaico è il ricordo a lungo termine, il materiale eterogeneo è l'insieme degli elementi generici tratti dall'esperienza, le pietruzze selezionate i costitutivi del ricordo, il setaccio è il sistema operativo che gestisce il processo. Naturalmente nessun risultato si potrebbe avere senza la volontà artistica del mosaicista, in quanto essa è il programma, la sintassi, il paradigma che conferisce al mosaico la sua forma: ogni sistema operativo lavora sulla base di una sintassi. L'ipotesi di Tarnow ben si sposa alle teorie psicoanalitiche secondo cui il sogno – pur nella diversità di visione delle varie scuole – è comunque un tentativo di espressione di elementi energetici caotici secondo linee di riconfigurazione programmate dall'inconscio (si può pensare a cosa l'informatica intenda per sistema operativo), al fine di dare sfogo ad energia compressa e, al contempo, di edificare nell'individuo il mosaico della coscienza, quello che Freud chiama “Io”, oppure . I dati esperienziali in entrata (input) vengono processati secondo lo schema INPUT TRASFORMAZIONE OUTPUT - Ne escono, a questo punto, tutti gli elementi che – una volta tradotti in qualcosa di cognitivamente strutturato – vengono a far parte della costellazione del Sé (ad esempio: come avviene in informatica attraverso le funzione dell'ambiente Windows. A cosa serve Windows? A dar forma visibile ed intellegibile all'insieme di dati che vengono processati dal sistema MS-DOS). Un altro elemento che vorrei porre in evidenza è legato al concetto di memoria semantica. Essa funziona, in maniera similare, in tutti gli individui che parlano la stessa lingua e condividono la stessa cultura. Deve essere distinta dalla memoria episodica, la quale riguarda il ricordo di uno specifico evento capitato ad un soggetto. Facciamo un esempio: vedo un pettine e so che “serve per pettinarmi” grazie alla memoria semantica. Mentre, se vedo un pettine e ricordo “quel giorno di tanti anni fa in cui la mamma mi insegnò a pettinarmi” ho utilizzato la memoria episodica. Nei sogni sembra che la memoria semantica prevalga su quella episodica. Anzi, in tutti i sogni “strani” dal significato confuso è la memoria semantica a far da padrone.

 Il sogno di Giovanni « Nell'antico chiostro della mia università c'era unconiglio con quattro ruote, sembrava un giocattolo, ma invece era un animale vivo. Era inseguito da una volpe, anch'essa con quattro piccole ruote, che venivano azionate da pedali simili a quelli della bicicletta ».

Il cervello utilizza appunto reti semantiche: animale-quadrupede-coniglio // animale-quadrupede-volpe // correre-inseguire-pedalare // ecc. - Ma è possibile – anche se è evenienza più rara – che durante un sogno la memoria episodica porti nello scenario onirico un ricordo preciso che posso catalogare come “mio ricordo”. I singoli elementi di una rete semantica compongono un quadro complesso che pare privo di significato logico-sequenziale: si possono osservare in molti sogni, o anche nella associazioni libere di Freud. Appaiono come elementi incoerenti, indipendenti gli uni dagli altri, in realtà stanno tra loro inrelazione di significato, come quegli episodi che comunque succedono nella vita reale e che sembrano non avere connessione causale. “Guarda che coincidenza” – si sente dire – ma “coincidenza” cosa significa? Nel 1950 Carl Gustav Jung chiamò sincronicità (cf. ed. italiana: La sincronicità, Bollati-Boringhieri 1980)il meccanismo che governa le relazioni non causali fra eventi, relazioni che comunque appaiono connesse da significati: ripulendo un cassetto – sempre per star negli esempi – trovo un album di foto della mia giovinezza che addirittura avevo dimenticato di avere. Mi soffermo sull'immagine di una ragazza, Margherita, della quale mi ero innamorato forse quaranta anni prima. Da lì a qualche giorno incontro una persona che mi parla inaspettatamente proprio di lei e sotto casa aprono una gelateria che si chiama Margherita. Ecco tre eventi privi di nesso causale, ma che hanno in me una risonanza intima, una connessione simbolica, dato che per me – e solo per me – hanno un denominatore comune, quasi un recondito significato. È venuto il momento di tornare al sogno di Giovanni, quello del coniglio e della volpe, per cercare di capirci qualcosa. Ovviamente una volpe con quattro ruote non ha senso, tanto più se insegue un coniglio pedalando a più non posso. Ma proviamo a stabilire una sintassi: Coniglio: animale a quattro zampe dal carattere timoroso, facilmente vittima di predatori // Volpe: predatore a quattro zampe agile e imprevedibile nella corsa, tradizionalmente considerato per la sua astuzia // Università: insieme di antichi edifici destinati all'insegnamento, per alcuni aspetti somiglianti alla scuola elementare che Giovanni frequentò da bambino. A ben pensare – e qui andrebbe a nozze Alfred Adler, un discepolo di Freud particolarmente attento all'importanza del complesso d'inferiorità – il maestro che Giovanni ebbe, nei primi anni del suo percorso di studi, era una “volpe”: utilizzava stratagemmi e trabocchetti per mettere in difficoltà gli alunni ed infieriva su quelli più timorosi ed incerti. Il maestro di Giovanni veniva sempre a scuola con una bicicletta da corsa e, agli occhi dei bambini, appariva un esperto ciclista. Non c'era giorno in cui Giovanni potesse viversi le ore di lezione con serenità; sempre si sentiva “inseguito” da quel volpone del maestro che – con la scusa di spronarlo a far meglio – lo faceva sentire un “coniglio” di fronte ai compagni. Il maestro, con enfasi, amava ripetere la frase: Estote parati,ma non era una marca di figurine, concorrente della famosa Panini, era un'espressione latina tratta dal Vangelo di Matteo al versetto 24: Estote parati, “siate pronti”, ma questo Giovanni lo capì solo molti anni dopo, quando si mise a studiare il latino. Sta di fatto che – per tutta la vita, nel bene e nel male – Giovanni ebbe a che fare col complesso d'inferiorità, sì, proprio quello di adleriana memoria.

Sogno, caso e sincronicità - Per quale motivo il sognatore utilizzi codificazioni simboliche per narrare un proprio stato d'animo, anziché avvalersi di costrutti linguistici ordinari, non lo sappiamo. Perché Giovanni abbia presentato un coniglio ed una volpe per raccontare a se stesso del rapporto frustrante col maestro delle elementari la scienza non è riuscita a scoprirlo. Secondo le scuole di orientamento freudiano la simbolizzazione potrebbe servire a “proteggere” il sonno, in quanto diminuirebbe la virulenza emotiva evitando così probabili risvegli a causa dell'ansia. È una di quelle ipotesi che considero, a mio vedere, abbastanza sbilenche. Altra cosa che non sappiamo è a quale scopo Giovanni debba andar a ripescare cose spiacevoli successe sessant'anni prima. Anche qui possiamo solamente formulare ipotesi: la prima (cara a molti psicoanalisti) è che quell'antica mortificazione sia ancora un nucleo energetico attivo mai risolto, una sorta di vulcano silente, ma pronto a risvegliarsi da un momento all'altro, una specie di Vesuvio addormentato da secoli che in pochi minuti potrebbe scatenare un'altra Pompei e un'altra Ercolano, letteralmente vomitando nel Sé una lava ancora incandescente. In tal caso la simbolizzazione avrebbe un senso di protezione del Sé. Una seconda ipotesi (in genere non amata da chi si occupa di indagine psicologica del profondo) è che nell'inconscio agisca una funzione random (casuale) che riporta a galla in maniera casuale antichi elementi rimossi. Una terza possibilità, che a me piace molto, è invece pedagogico-finalistica: destino vuole che Giovanni debba imparare ancora qualcosa, che il suo complesso d'inferiorità abbia a che fare con la vita che gli appartiene più di quanto egli stesso si accorga nell'esperienza cosciente. Giovanni non ha risolto, non è libero, così una sorta di Maestro interiore (tale era la credenza dei filosofi greci nella scuola socratica) si sarebbe preso la briga di guidarlo verso una maggior completezza, consapevolezza e realizzazione, inviandogli messaggi nei sogni e nelle fantasie. È interessante osservare come il meccanismo che governa i sogni e gli eventi sincronici sia fondamentalmente il medesimo. Se intendiamo per “scientifica” una pratica od un'osservazione a struttura algoritmica o a diagramma di flusso, cioè un procedere che si fondi sulla sequenzialità, allora la sincronicità non ha nulla di scientifico. Quindi in tanti negano l'esistenza stessa della sincronicità, in quanto non è possibile ammettere che esistano eventi governati da un'assonanza per significato in assenza di relazione di causalità. D'altra parte il concetto di sincronicità non l'ha inventato Jung, bensì è presente nella cultura occidentale già dal periodo antecristiano. La συμπάϑεια (Sumpateia – Simpatia) di Platore – per cui tutte le parti dell'Universo sono connesse e si influenzano tra loro – è molto vicina alla sincronicità di Jung. Plotino esprime un'idea simile quando parla di Anima del Mondo, principio unificante della Natura preposto a mettere in relazione di senso gli eventi. Salendo i secoli Marsilio Ficino, nella seconda metà del '400, ritiene che i pianeti determinino consonanza e dissonanza nei fatti umani. Poi – avvicinandoci al nostro tempo – riprendono il concetto Leibniz, Schopenhauer e gli studiosi della percezione extrasensoriale (ESP) che fanno capo a Joseph Banks Rhine, il padre della parapsicologia moderna. Negli anni trenta del XX secolo, Joseph Rhine inizia una folta corrispondenza sul tema proprio con Jung e assieme cercano di comprendere il fenomeno della sincronicità. Dopo Jung, la sua allieva Marie-Louise Von Franz raccoglie il testimone dal Maestro ed elabora ulteriormente il concetto. Anche il viennese Wolfgang Pauli, Premio Nobel per la fisica nel 1945, si accosta al pensiero di Jung e tenta di spiegare il fenomeno partendo la fisica quantistica. Non è questa la sede per approfondire la ricerca, ma a chi fosse interessato posso consigliare la lettura di Fisica e Conoscenza (Boringhieri 2016) e Psiche e Natura (Adelphi 2006), entrambi del grande fisico austriaco. Nonostante siano numerosi gli psicologi ed i filosofi che si sono occupati del fenomeno della sincronicità, non dobbiamo comunque descriverla come fatto scientifico, anche perché sfugge ad ogni possibilità di prova o replicazione sperimentale: non potrà mai essere riprodotta in un contesto di laboratorio. Eppure, soprattutto colui che è avvezzo a riconoscerla, se la ritrova nella vita di tutti i giorni e la connette spontaneamente alla dimensione del sogno. Per chi coltiva l'attenzione agli eventi sincronici non è difficile essere in accordo con Jung e con Pauli, per i quali esiste nell'Universo una sottile trama che si manifesta allo stesso modo nei sogni e negli eventi sincroni.

Apprendendo dagli animali - Lo studio della cognizione animale e l'esperienza di contatto con questi nostri fratelli “diversi” potrebbe insegnarci molto. Il modo con cui la percezione umana affronta la realtà è vagamente simile a quello con cui l'affronta un mammifero non-umano. La gioia, il dolore, la paura, il terrore, il desiderio di compagnia, il bisogno di approvazione, il piacere della tenerezza, il senso di mortificazione sono visibili in molti mammiferi e già Dawin, padre indiscusso della teoria evoluzionistica, lo dichiarava senza mezzi termini a partire dal poco noto, ma stupendo lavoro, del novembre 1872: L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali (dovremmo sempre ben tenerlo presente quando scanniamo un maiale per ottenere una braciola o quando strappiamo un agnello alla madre per farne costolette). Un secolo prima Kant – anticipando ciò che avrebbero detto poi le moderne neuroscienze – aveva messo in evidenza che l'attività cognitiva non porta alla conoscenza della realtà oggettiva, ma la interpreta secondo categorie a priori del conoscere. Cosa sia effettivamente la realtà non lo possiamo sapere in quanto il nostro percepire è strettamente correlato al funzionamento del cervello; alterando il funzionamento di questo organo si ha una diversa esperienza della realtà. Quindi la mente umana assume dati dal mondo esterno, ma li elabora, li trasforma e li codifica a seconda del “sistema operativo” in suo possesso. Esiste una realtà oggettivamente descrivibile che stia al di là della nostra mente? Pare di no, o almeno non è descrivibile. È noto che ogni specie animale – e l'uomo non fa eccezione – ha il suo peculiare tipo di assetto mentale. Ad esempio: per un cane l'apparato olfattivo è fondamentale per comprendere la realtà e per orientarsi in essa. Un cane annusa lo stato d'animo del padrone, annusa il pericolo, annusa l'avvicinarsi della pioggia o la presenza di un fiume a chilometri di distanza, annusa e riconosce la traccia ematica di un omicidio commesso sei mesi prima, annusa tutto ciò che per noi esseri umani non ha alcun odore. Ancora, per un cane selvatico, od un lupo, i rapporti sociali sono necessariamente gerarchici; è impensabile una società animale senza una gerarchia ben definita, non la si può neppure immaginare. Perché ho voluto portare questi esempi? Per far comprendere che la realtà non è quella che l'uomo pensa, ma è qualcosa di ben più ampio e complesso; la realtà corrisponde agli schemi che consentono il funzionamento della mente degli esseri viventi. E continuo col mio ping-pong tra realtà e sogno: la dimensione onirica è una finestra aperta su un'altra realtà, non meno vera di quella che percepiamo nello stato di veglia. Ciò che riconosciamo come realtà nel livello ordinario di consapevolezza è solo una fra le tante possibilità della coscienza (Jung); la realtà vera – probabilmente – è un complicatissimo rapporto di fluidi energetici, orbitali atomici, onde, vibrazioni, frequenze che diventano cose e forme concrete unicamente grazie alla mente, che interpreta, definisce e codifica. Il sogno, in ultima analisi, è un diverso modo di definire e codificare, diverso da quello che utilizziamo nella condizione di veglia. È stato compreso, da studi accurati, che il sistema visivo di un bovino amplifica la dimensione spaziale: quel bastone da passeggio appoggiato lì al muro per la mucca che lo sta osservando è un vero e proprio palo. Ciò per dire che spazio e tempo sono categorizzazioni relative al sistema percettivo di riferimento. Il mio collega e neuroscienziato Giorgio Vallortigara ha dimostrato che un cane utilizza lo scodinzolare per mandare al padrone precisi messaggi e resta interdetto e mortificato se il suo amico umano non li capisce: un cane pensa che il linguaggio della coda sia universale. Mi fermo con gli esempi e riassumo: quello che noi umani consideriamo essere il mondo reale altro non è che la nostra interpretazione di “qualcosa” di misterioso e difficilmente accessibile, qualcosa che diamo per scontato nello stato di veglia. Ma a questo “qualcosa” possiamo però accedere per altre vie, aprendo altre porte; è sufficiente, ad esempio, che ci addormentiamo.

James Hillman e il sogno dell'amica di Fechner - Hillman è stato uno psicologo ebreo-statunitense (è morto nell'ottobre del 2011 all'età di 85 anni) che si è ispirato alla Psicologia del Profondo di Jung, senza tuttavia arrivare mai a sposarla completamente. Ha scritto un importante trattato sul sogno, The Dream and the Underworld, 1979 – Tr. It. Il sogno e il mondo infero, Adelphi 2003; per me una lettura fondamentale. La differenza tra la visione di Hillman è quella di Freud può essere così approssimativamente riassunta: Freud connette il Mondo Infero al Mondo Supero, in altri termini considera il primo come una distorsione (allucinazione) del secondo, da cui si origina. Hillman invece conferisce al Mondo Infero una sua propria dignità ed autonomia, cioè un'ampia indipendenza dalla realtà che viene percepita nello stato di veglia. Anche se Hillman arrivò a ricoprire importanti incarichi all'Istituto Jung di Zurigo, non si limitò ad essere un allievo di Jung, ma sviluppò una riflessione personale non sempre sintonica con quella del Maestro. Dopo anni di pratica clinica Hillman comincia ad elaborare l'ipotesi che la “via della guarigione” non possa limitarsi alla relazione duale analista-paziente, ma debba espandersi alla “cura” delle idee che informano la società e che sottendono agli stessi concetti di malattia e salute. Crea così la psicologia archetipale, teoria e metodo finalizzati a comprendere e modulare gli archetipi che pervadono ogni cultura. Gli archetipi di Hillman – così come quelli di Jung – sono modelli di funzionamento del sistema psichico e in fondo non si diversificano di molto dalle forme a priori del conoscere di Kant; tuttavia, mentre in Kant le categorie a priori governano l'esperienza cognitiva, in Hillman modellano quella emotiva, anzi pervadono l'intera Anima, costituendosi come interfaccia tra l'individuo, la società e la realtà. Il funzionamento di un archetipo è in grado di fare ammalare o di guarire una persona o un gruppo. Lo stesso concetto viene ripreso dalla scrittrice e saggista Susan Sontag in Malattia come metafora: il cancro e la sua mitologia, Tr. it. Einaudi 1979. La Sontag osserva come tutto l'universo che ruota attorno al malato di cancro – dalla diagnosi alla cura, all'ambiente in cui questi momenti si svolgono – sia intriso di angoscia di morte, sia addirittura un presagio di morte, un rito funerario, per cui il complesso biopsichico dell'individuo a cui è stata annunciata la malattia di fatto si dispone a morire. Già la stessa parola “cancro” suscita l'immagine di qualcosa di tentacolare che avvolge ed inghiotte l'individuo. Questo cancro/idea/immagine, una volta dichiarato, seguirà inesorabilmente il suo percorso fino ad inglobare e distruggere l'intera vita della persona. L'archetipo – che comunque è un nucleo attivo di energia – nella tradizione della Psicologia del Profondo di Jung svolge una funzione salvifica o distruttiva a seconda che appartenga al mondo lunare o al mondo solare, alle tenebre o al giorno, alla morte o alla vita, alla Libido o alla Thanatos, per dirla con Freud. Notte e giorno, sonno e veglia, realtà infera e realtà supera, mondo dell'Io e mondo dell'Es, vengo quindi ad essere metafore della dualità presente in ogni sistema psichico umano e forse anche animale. Questa magica polarità è descritta e sottolineata da Hillman che cita la vicenda accaduta al grande psicofisiologo tedesco Gustav Theodor Fechner nel 1840, poco prima del compimento dei quarant'anni. Da molto tempo lo scienziato si dedicava allo studio della percezione dei colori quando la sua vista cominciò ad ammalarsi: presto Fechner divenne cieco. La cecità lo portò ad isolarsi ed intristirsi e la sua mente, deprivata del conforto della luce, perse il contatto con le cose concrete al punto che l'intera vita divenne un sogno, o meglio, un incubo. Soffrì di allucinazioni in cui non distingueva più realtà ed immaginazione e smarrì la percezione del giorno e della notte. A completare la sventura l'apparato digerente perse ogni ritmo e capacità di svolgere la sua funzione cosicché anche il nutrirsi diventò una tortura: doveva essere attentissimo nella scelta dei cibi, utilizzando un'alimentazione adatta più ad un piccolo bambino che ad un adulto. Ma dopo alcuni anni passati in questa dimensione infernale Fechner guarì e campò abbastanza bene fino ad età avanzata. Ci fu uno strano sogno, fatto da un'amica, che presagiva che le cose sarebbero cambiate. Mentre ancora lo scienziato permaneva nella sua oscura notte, intrappolato dai crampi allo stomaco, la donna sognò di preparare un piatto di Bauernschinken, una pietanza di carne stagionata di maiale marinata in succo di limone, forti spezie e vino rosso del Reno: di certo un piatto ben poco consono all'alimentazione di un paziente immobile e con un sistema digerente devastato. Tuttavia la donna, mossa da chissà quale ispirazione, preparò effettivamente il piatto e spinse Fechner a mangiarlo. Rapidamente l'uomo guarì, riacquistò la vista, riprese a muoversi e a nutrirsi con appetito. Tornò all'Università di Lipsia, ma volle abbandonare la cattedra di Fisica ed insistette presso il rettorato affinché gli fosse assegnata quella di Filosofia. Gli studi di psicofisica sperimentale lasciarono il posto a lavori di ampio respiro metafisico e mistico, come Nanna (1848) e Zend-Avesta (1851). La vicenda è narrata dallo stesso Fecher in una sorta di autobiografia clinica che egli scrisse due anni dopo la guarigione (1845) e che poi venne pubblicata dal nipote dello scienziato nel 1892. Come possiamo commentare questa storia? È possibile che nella vita di Fechner abbia agito un archetipo notturno, lunare, mortifero. Lo scienziato aveva trascorso troppo tempo ossessivamente concentrato sui fenomeni della luce, fino a compromettere la sua stessa funzionalità visiva. Essendo persona religiosa, sicuramente pervasa dal timor di Dio, forse si sentiva in colpa, disponendosi inconsciamente a ricevere una punizione, alla stregua di Prometeo nella tragedia di Eschilo. Sono solo supposizioni, comunque è certo che Fechner dovette compiere per intero la sua discesa agli Inferi per poter rivedere la luce e ciò avvenne sia sull'ordine simbolico che su quello biologico.

Una prima sintesi in cinque punti - Orbene, è opportuno che io stesso mi chieda – a questo punto – perché stia raccontando queste cose, oscillando tra riflessioni scientifiche ed aneddoti. Provo così a riassumere in cinque punti:

1. Riflettere sulla dimensione onirica mi aiuta (ci aiuta) a capire qualcosa in più circa la nostra struttura identitaria e circa il rapporto con l'Universo che abitiamo.

2. La percezione della realtà ordinaria (fenomenica) non fornisce di per sé un'esaustiva risposta all'annoso problema di cosa sia la realtà stessa ed a come l'essere umano si rapporti ad essa: molti indizi inducono a pensare che le “cose ultime” non siano proprio quelle che percepiamo, quindi – per dirla con Kant – la realtà non è solo l'insieme dei fenomeni che vediamo: tale vedere è un “interpretare” ed è possibile grazie al tipo di funzionamento del cervello/mente nello stato di veglia.

3. Il sogno appartiene ad una dimensione in cui cogliamo la realtà in modo particolare; in questo caso essa non è elaborata dal funzionamento del cervello/mente nello stato di veglia. Stato onirico e stato di veglia sono indipendenti, ma interconnessi, per cui l'una dimensione può darmi informazioni sull'altra.

4. Mentre la mente nello stato di veglia procede attraverso una logica sequenziale che si organizza secondo le categorie dello spazio e del tempo, nella dimensione onirica tali categorie scompaiono ed il simbolico prevale sul sequenziale: se la vicenda del sogno si snoda per assonanza di significati, quella del modo ordinario vive secondo la legge di causa ed effetto. La percezione sincronica degli eventi (per assonanza di significati) è altrettanto reale di quella sequenziale: il sogno segue le leggi della prima.

5. La nostra personalità è in gran parte “informata” da forze infere, profonde, appartenenti all'altra dimensione. Esse sfuggono al controllo cosciente e sono dette “archetipi”. Gli archetipi sono modelli primitivi di funzionamento delle emozioni.

Forze infere, inconscio individuale e collettivo - Ciò che muove l'apparato psichico è un sistema energetico di cui gli archetipi fanno parte. Ma siamo sicuri che esistano? Ed eventualmente dove li possiamo collocare, nell'individuale o nel collettivo? Che nella nostra mente sussistano forme a priori del conoscere ordinate a configurare l'esperienza emotiva è molto probabile: ogni essere umano è legato atavicamente alla propria storia socioculturale, oltre che al proprio retroterra naturale, più di quanto sia in grado di riconoscerlo ed ammetterlo. Prendiamo, a fini esplicativi, quatro strutture archetipiche: l'archetipo della madrel'archetipo dell'eroe, l'archetipo della vittima/carnefice, l'archetipo “Lara Croft”.

Archetipo della madre – Alla sua origine c'è un istinto biologico che si declina poi nelle forme culturali delle diverse civiltà. È caratterizzato dalla propensione ad accudire, a nutrire, a contenere. È presente in genere nelle specie viventi, sicuramente in tutti i mammiferi ed informa moltissimi tipi di comportamento. Non di rado assume modalità patologiche in quei soggetti il cui fare materno diventa invadenza, tendenza ad inglobare o impulsività nutrizionale verso qualcuno. Nei sogni l'archetipo materno può comparire sotto forma di contenitore, il Vaso, come sottolinea lo psicologo tedesco Erich Neumann (La grande Madre: fenomenologia delle configurazioni femminili dell'inconscio – Tr. it. Astrolabio 1980), o come Oυροβóρος (uroboros) il serpente che avvolge; o ancora sotto i simbolismi del latte e del sangue mestruale e con raffigurazioni animali: la giumenta, la pecora e l'agnello, la leonessa. L'archetipo della madre, proprio in virtù della sua antica derivazione biologica, non può inerire solo all'individuo, ma si configura nella storia evolutiva della specie (Homo sapiens), o addirittura della classe (ad es. i mammiferi). Esiste quindi nell'interiorità di tutti gli individui appartenenti alla stessa classe tassonomica, in questo senso è una struttura collettiva.

Archetipo dell'eroe – È utile avvicinarsi a questa struttura dell'inconscio da un approccio etologico, dato che anche questo archetipo si collega ad arcaismi biologi nella figura del capo branco ed è presente in molte specie di mammiferi. Gli elementi personologici che connotano l'eroe sono la sua grande autorevolezza, la forza e la dedizione al branco, alla tribù, al popolo che protegge ed educa. Di solito l'eroe conduce il proprio gruppo verso una meta (non necessariamente positiva) ed in questa operazione è disposto anche a sacrificare la vita. Ogni cultura è pervasa da eroi; la mitologia greca ne è piena, ma anche il mondo interiore (ed esteriore) dei giovani e meno-giovani d'oggi è costellato di figure addirittura equivalenti – per potenza energetica – a quelle grandiose che troviamo nelle opere di Omero: basti pensare ai personaggi dello spettacolo o ai divi della musica, figure enormi, tronfie, nei quali l'archetipo spesso si deteriora e si banalizza, assumendo una lunarità glaciale. Solo un esempio: un eroe demenziale come “Sfera Ebbasta” – pseudonimo di Gionata Boschetti, nato a Sesto San Giovanni nel 1992 – diviene mito per decine di migliaia di giovani con la pubblicazione dell'album musicale DXVR, nel giugno del2015. È evidente che il Boschetti sia riuscito ad interpretare inconsapevolmente (non credo coscientemente, in quando portatore di una mente sub-culturale) il bisogno di trasgressione di intere fasce della popolazione giovanile, raccogliendo le istanze proiettive degli individui più superficiali o meno dotati in termini di sensibilità e capacità cognitive. A questo punto l'eroico Sfera Ebbasta celebra, con la sua pseudo-musica e con i suoi riti orgiastici, il mondo effimero e vuoto di tanti che avvertono il bisogno di ribellarsi, ma non sanno a cosa, perché e in quale direzione. Il pericolo in cui incorre l'eroe è la Uβρις (hybris = eccitazione, ubriacatura, sopravvalutazione delle proprie forze, megalomania, esaltazione, tracotanza, superbia, non-accettazione dei propri limiti), tema ricorrente nella tragedia greca, ma considerato anche da Aristotele. La hybris viene sempre punita e chi ne è contagiato è sicuramente destinato alla fine di Prometeo.

Archetipo della vittima/carnefice – Quanto è molto improbabile nel mondo animale tanto è comune nell'uomo. Il “sentirsi vittima” è una pratica psichica dilagante e costituisce la base della personalità di un numero esorbitante di persone. È difficile dire se l'archetipo possa essere rintracciato nel biologico: appare piuttosto come strategia appresa precocemente nell'infanzia. I tratti personologici che caratterizzano la costellazione sono la propensione a lagnarsi, il sentimento del sentirsi appunto vittima di qualcuno o degli eventi, il rancore per i presunti torti subiti. Ovviamente è ben diverso il sentirsi vittima dall'essere vittima. Il fine di chi contiene questo archetipo è di essere commiserato, fin anche da se stesso, in modo da attrarre l'attenzione evitando di far ricorso a forze proprie nell'affrontare la vita. L'archetipo della vittima/carnefice è l'asse portante sul quale si declina il tratto isterico-depressivo. Nel mito greco la vittima per eccellenza è la giovane Clitemnestra, figlia di Leda e Tindareo, perseguitata da una maledizione di Afrodite (Venere per i romani). Clitemnestra va felicemente in sposa al Re Tantalo, ma durante una guerra che vede implicati Agamennone e Tantalo il primo le uccide il marito, strappa dalle braccia della giovane sposa il figlioletto e lo scaglia contro una roccia: il bambino muore con il corpicino sfracellato davanti agli occhi della madre. Inoltre Agamennone, suo carnefice, la costringe ad unirsi a lui in matrimonio, mantenendola sempre nella posizione di vittima. Dopo infinite e drammatiche vicende familiari, che si snodano sullo sfondo della Guerra di Troia, Clitemnestra riuscirà a vendicare Tantalo ed i molti torti subiti, divenendo essa stessa carnefice: ammazza Agamennone a colpi d'ascia, dopo averlo ingannato con lusinghe e servizi, poi stermina i figli avuti da lui, incurante della loro innocenza. Oltre ad Omero anche Eschilo, Sofocle ed Euripide si lasciano trascinare dalla sventura di Clitemnestra e dalla sua brama di vendetta. Clitemnestra incarna perfettamente l'archetipo della vittima che, a sua volta, rende vittima qualcun altro, perpetuando il gioco vittima-carnefice. Infatti all'origine del sentirsi vittima c'è un antico torto subito, un'assenza a cui si è stati costretti, una rinuncia inaccettata, una preferenza accordata ad altri, una vecchia ingiustizia, per cui la vittima deve a sua volta vittimizzare il prossimo per rendere meno virulento il sentimento della rabbia, che si attenua grazie ad un vago senso di avvenuta giustizia. Nei nostri sogni la vittima di Afrodite ci appare nelle situazioni persecutorie, là dove ci sentiamo inseguiti, braccati, giudicati, mortificati, ma anche quando diveniamo noi inseguitori o quando impersonifichiamo il ruolo di giustiziere o brandiamo la clava di Eracle, il semidio-eroe mai stanco di imprese per salvare il più debole.

L'archetipo “Lara Croft” – Lara è ormai una vecchietta, ma nel 2006 era il personaggio virtuale femminile più famoso del mondo – e non solo – fu l'ideale erotico di milioni di individui che si masturbavano pensando a lei, al dire di accreditati sociologi. Nata da una genialissima idea di Toby Gard si presento al pubblico bella, fredda e spregiudicata, non priva di una punta di sadismo. Poco dopo però la scrittrice fumettista Rhianna Pratchett volle reinventarla portando alla luce tratti di personalità della Croft che i suoi spasimanti neppure suppunevano: la timidezza, la sensibilità, la dolcezza. Ovviamente Lara Croft è un personaggio totalmente immaginario, un fumetto in versione informatica – almeno se consideriamo l'immaginazione come il polo opposto alla realtà materiale non-virtuale – ma invece è probabile che Lara sia sempre esistita dentro di noi; sia insomma un archetipo. La giovane dominatrice, la cui femminilità è intrisa di forza mascolina, capace di assoggettare l'uomo inducendolo anche ad una sudditanza erotica, abita l'inconscio umano da tempo immemorabile ed esprime quel desiderio atavico di passività che a tratti si configura come Eros. Parimenti il suo opposto, quello della fanciulla timida, remissiva, quasi bambina, oggetto di ogni desiderio perverso di dominio dove si esprime, nelle sue forme più aberranti: la pedofilia.

Le strutture archetipiche sono molte: si fondano sia nella dimensione collettiva che in quella individuale; ne ho citate solamente alcune. Sicuramente compaiono nei sogni, anzi potremmo dire che informano (danno forma) l'intero sogno. Potremmo addirittura affermare che nel sogno si esprime l'archetipo. Esso può essere colto quando ci poniamo ormai svegli di fronte al sogno, ben prima di analizzarne i particolari, provando a cogliere il clima, il contesto, l'ambientazione in cui il sogno va in scena. Utilizziamo uno sguardo d'insieme, come in un'istantanea fotografica sfuocata, dove non non è possibile cogliere i singoli elementi, ma il senso generale della fotografia. L'elemento importante è il seguente: l'archetipo, che è regista, scenografo e costumista nella messa in scena del sogno, lo è anche inconsciamente nel nostro destino. In altri termini possiamo affermare che sia l'esprimersi degli archetipi – in quanto forze infere, energie del mondo di Ade, per dirla con la mitologia greca – a definire la struttura della nostra vita diurna.

L'ultima fatica di Eracle: aprire un passaggio fra i mondi - Là dove si spegne la coscienza diurna – quindi nel sonno, nel coma e nella morte – si aprono quelle porte infere che introducono al regno del figlio di Crono e di Rea: Ade. Nella Casa delle Ombre, in cui Ade è signore, abita il sogno. Qui l'immagine tiene lo scettro, qui si è persa ogni sequenzialità logica. La cultura dell'Occidente – soprattutto da quando si è lasciata sedurre dal mito economico del “fare/produrre” – ha dato per scontato che il mondo della veglia (supero) fosse di maggior importanza e valore rispetto a quello del sonno (infero). In questo senso chi dorme, chi è in coma o chi è morto, non serve, non vale nulla e non può esercitare alcun potere. Ma già la tragedia greca aveva smascherato il pericolo celato dietro l'attribuzione del primato alla veglia: o i due mondi riescono a comunicare o si prospetta la catastrofe, perché l'infero incombe sul supero, lo incalza e vuole farsi ascoltare. Come ci raccontano le metope del Tempio di Zeus ad Olimpia, Eracle (Ercole per i Romani), come ultima delle sue dodici celebri fatiche espiatorie, dovette farsela con Cerbero, il guardiano degli inferi. Cerbero, un enorme cane, era fratello di Sfinge e Chimera, altre due strane figure animali: la prima anch'essa custode dell'Oltretomba, la seconda rappresentazione di tutto ciò che è lontano ed irraggiungibile. Ai tre fratelli – figli di Tifone ed Echidna – era toccata in sorte la guardiania dei regni preclusi agli uomini. Ma ecco Euristeo, signore di Tirinto e Micene, padrone e mandante di Eracle: egli sa che un avvicinarsi dei due mondi è necessario. Come voleva Freud l'anima cosciente poggia su quella inconscia e questo regno del “Al di Sotto” va visitato: la connessione col supero deve essere stabilita, pena il vagare ciechi per le strade della vita; così Edipo nella tragedia di Sofocle. Quindi Eracle ne combina di tutti i colori, ma alla fine cattura il cane tricefalo lasciando aperta la porta dell'Averno. Nel mondo infero c'è il nostro passato, gli antichi traumi, le speranza deluse, le frustrazioni infantili di cui non serbiamo ricordo, fin anche le predeterminazioni genetiche. Eppure tutti questi frammenti di noi sono là, ribollono come energia attiva e pesano sull'oggi: o in qualche modo entriamo nel varco di Eracle o non potremo mai conoscere chi siamo nella nostra complessità.

In dialogo con me stesso - Da ciò deriva l'importanza di un contatto interiore e di un dialogo ininterrotto tra il Sé e gli archetipi. Due strutture hanno probabilmente modulato il mio divenire ed il destino che mi è toccato in sorte: la prima è stata il complesso di colpa, la seconda – correlata alla prima – è quella che ho ironicamente definito il complesso del Gesù Cristo. Il complesso di colpa, che potrebbe definirsi come il sentimento del carnefice, è spesso un imprinting – nel senso che ne dà l'etologo Conrad Lorenz – cioè un'impronta, una sovrimpressione indelebile, un'incisione che si registra precocemente nel cervello, come nei vecchi dischi di vinile e che condiziona i comportamenti futuri degli individui. Brevemente i punti salienti della mia storia: primo di tre fratelli sono nato nel clima del dopoguerra, quando ogni famiglia, volente o nolente, era impegnata nello sforzo della ricostruzione. Erano tempi carichi di fatica e di speranza, ma intrisi di energia e significato. Gli scontri politici appassionati tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista riproducevano due visioni del mondo, alquanto distanti sul versante ideologico, ma aventi il denominatore comune del credere nella collettività. I rapporti erano infinitamente più diretti di quelli di oggi perché non c'era l'enorme coltre tecnologica a frapporsi tra i dialoganti. Mio padre e mia madre erano persone psichicamente sane, declinate secondo le scale di valori di allora, alla luce di una certa severità. Sul versante personale non accolsi bene la nascita del secondogenito e ne presi coscienza molti anni dopo grazie al percorso psicoanalitico. Soffrii non poco di gelosia infantile, fino a sviluppare una balbuzie che mi accompagnò per mesi. Dovetti trafficare a lungo (ovviamente nell'inconscio) per “rimuovere” (in senso freudiano) la rabbia che traspariva anche nei giochi di bambino. Come controcanto alle spinte aggressive nei confronti di mio fratello mi portai a casa senso di colpa e bisogno di riparare, cioè di salvare quello che io stesso tendevo a distruggere. Così imparai a perdere, a recitare il copione del perdente: cominciai a perdere a scuola, nel gioco, nelle relazioni, accettando con sensazione di normalità – ma non senza una sorta di lieve paralisi psichica che si ripeteva ad ogni frustrazione – le situazioni di mortificazione. La modalità comportamentale che si confermò fu quella propria dell'individuo passivo/aggressivo, che esprime l'archetipo vittima/carnefice. Nei sogni tentavo di difendermi, di aggredire, di scappare, di ordire stratagemmi, ma regolarmente le gambe non si muovevano, le braccia erano pesanti, oppure tra me e qualsiasi azione si interponevano una miriadi di ostacoli. Questo schema arrivò a riverberare anche nello scenario onirico erotico, dove mi trovavo con una fanciulla la cui bellezza e delicatezza sembravano venire da un altro mondo: la relazione fluiva teneramente verso un amplesso completo, ma compariva un intruso, una persona inattesa e sgradita o qualcosa che ci impediva di procedere.

Entrando nella maggiore età si mossero al mio interno meccanismi di sublimazione attraverso i quali potei elevare al rango di virtù quelli che prima erano difetti. La religiosità trasmessami da mia madre aiutò questo processo e gli diede forma. La passività/blocco divenne “scelta per la non-azione”, un modo di vivere poco assertivo che nel linguaggio cristiano si declina nell'abbandonao alla volontà di Dio, nel riconoscerci “figli” di un “Padre” premuroso nelle cui mani poniamo il nostro destino; d'altra parte fede e fiducia poggiano sulla stessa radice etimologica. In Oriente l'Arte della Non-Azione (Wu-Wei in cinese) è un principio molto studiato in filosofia e in psicologia; è citato nel Taoismo, nel Confucianesimo e nel Buddhismo Zen e conferisce significato positivo all'atteggiamento di arrendevolezza. Corrisponde all'assunto occidentale “sia fatta la volontà di Dio”. Riguardo a Wu-Wei esistono trattati con ricette di comportamento applicabili nei più svariati contesti della vita; persino molte sequenze di movimento nel combattimento (Kathà) delle arti marziali giapponesi si basano su Wu-Wei. Alla fine, mi resi conto che la mia energia riprendeva a fluire ed anche i miei sogni cambiarono: evidentemente il “mio” Wu-Wei aveva sciolto il blocco e avevo imparato che impuntarsi è la strada peggiore.

Passività-Attività: frammenti di un discorso sulla rinuncia - La crescita dell'individuo è scandita da forze e bioritmi che trascendono la volontà e le scelte, solo apparentemente consapevoli. Pertanto non mi sono mai piaciute espressioni come “maternità libera e responsabile”. Fu una frase emblematica – coniata negli anni '70 – che voleva sancire il diritto della donna ad essere la principale artefice di un processo dinamico, dalla fecondazione fino allo stato di genitorialità. Fu la bandiera dei movimenti femministi e delle loro sacrosante battaglie, ma non teneva conto dell'esistenza e della potenza dell'inconscio, quindi del mondo del Al di Sotto. Le istanze profonde che guidano una donna alla gravidanza – sia essa voluta o indesiderata – sono tali e tante da rendere la maternità un evento scarsamente correlato alla capacità di autodeterminazione. L'unica cosa certa è che esiste una spinta istintuale all'accoppiamento ed un desiderio – comunque sfuocato e fortemente increspato dai modelli socioculturali – di generare ed accudire la prole. Sovente la donna dice di sapere perché voglia un figlio, ma ben poco conosce dei movimenti interiori antichi che l'hanno portata a quella scelta, come può sapere ben poco delle dinamiche inconsce che hanno indotto una gravidanza indesiderata. Forse è meglio così, perché la pretesa di assoggettare alla volizione la forza più potente dell'universo, cioè la grande spinta a perpetuare la specie, colloca l'uomo in una posizione maniacale di centralità e onnipotenza, posizione che non merita. La vita tira a riprodursi, nonostante il controllo delle nascite, l'aborto, la contraccezione, i profilattici, l'autoerotismo, le campagne “pro figlio unico” (vedi la Cina di qualche anno fa) e quant'altro. È un'energia che agisce negli esseri umani come negli animali, fin anche negli insetti, nei microrganismi e nelle piante, e la nostra presunzione regolatoria risulta quantomeno altezzosa. Ma in fondo credo che il bisogno di riprodursi possa essere ricondotto a quello di affermarsi, cioè di essere presenza nel mondo, al Dasein (esserci) di cui parla Heidegger. L'esserci è la modalità attraverso cui l'uomo coniuga il suo rapporto col Sein (Essere). In questo senso ogni impegno ad esserci è assertivo, contiene qualcosa che inerisce alla volontà e custodisce il seme del potere, della conquista e dell'espansione. Se la vita è una parabola – un po' come la vede Jung – la parte ascendente (giovinezza e prima adultità) rappresenta l'istanza generativa; la parte culminale (piena adultità) quella del bisogno di stabilità; quella discendente (terza età e senescenza) il bisogno di ritirarsi, cioè la preparazione alla morte. La parte ascendente è caratterizzata dal desiderio di dominio ed espansione, quella discendente dall'adattamento e dalla rassegnazione: attività-passività, un bioritmo antico quanto la vita stessa. Una curiosità: proprio ieri (oggi è il 20 settembre 2019) la stampa ha reso pubblico l'esito di uno studio condotto da un gruppo di scienziati collegato alla NASA sulle fotografie che alcuni piloti di caccia militari statunitensi scattarono negli anni '90, dove si vedono chiaramente oggetti luminosi che compiono in cielo strane acrobazie. La ricerca conclude che, con le attuali tecnologie aeronautiche, sia impossibile effettuare tali manovre, per cui sarebbe plausibile l'esistenza di intelligenze in grado di produrre marchingegni volanti più evoluti e sofisticati dei nostri. Chissà se anche lassù regna il grande bioritmo; chissà se il bisogno di espansione e dominio interessi gli alieni alla stregua degli uomini, chissà. Il mito della produttività – prima in Occidente, poi anche in Oriente – ha inclinato l'uomo verso il fare, l'agire, conquistare terreno e potere: in altre parole ha conferito priorità alle caratteristiche del mondo supero. Così il mondo infero – dove il fare è solo immaginato, ma non agito – ha perso valore. Sono sempre più frequenti gli individui che considerano le ore dedicate al sonno come una perdita di tempo e gli atteggiamenti di rinuncia (ritrazione dal fare) come sbagliati. In psicoterapia le correnti psicanalitiche hanno perso colpi, mentre sono accreditate le cosiddette terapie assertivo-comportamentali, dove il paziente viene stimolato continuamente a fare, decidere, progettare, o a procedere secondo i modelli del “A.P.S. - AppliedProblem-Solving”, risolvere i problemi. Mi vengono allora in mente le parole del grande Alan Watts, forse il massimo studioso della cultura Zen che l'Occidente abbia avuto: “Quando ho un problema che mi assilla non mi affanno a risolverlo, ma siedo di fronte ad una candela accesa e guardo la fiamma. Prima che la candela si sia consumata spesso il problema è risolto” (da una conferenza in occasione della presentazione del libro La via dello Zen, 1957). Fin dalla scuola primaria trasmettiamo ai bambini la competitività come valore e la meritocrazia come strumento discriminante; l'agire, il produrre sono le uniche dimensioni di segno positivo. La malattia (inefficienza) e la morte vengono eclissate, rimosse, quasi non ci riguardassero, tranne poi riemergere come ombre nere e foriere di panico in molti momenti della vita. Ma noi, da milioni di anni siamo programmati per fare e per non-fare. Possiamo affermare – alla luce delle acquisizioni delle moderne neuroscienze – che metà del nostro sistema nervoso (il Simpatico) si sia sviluppato per governare il fare, mentre l'altra metà (il Parasimpatico) per gestire il non-fare. Abbiamo persone che “fanno” sempre, anche quando dormono, sono i tipici stressati cronici. Nei sogni lo stress cronico (simpaticotonia) compare con immagini quali una corda tesa sul punto di spezzarsi, una situazione faticosa che sembra non aver soluzione, sforzarsi verso una meta irraggiungibile, qualche cosa che mi stringe impedendomi di respirare. Ricordo un paziente costantemente allertato ed iperattivo che era tormentato dal sogno di un violino che emetteva un suono stridulo e altissimo: imparò a rilassarsi, modifico il modo di percepire lo scorrere del tempo ed il sogno svanì.

Identità e preghiera - Col termine “preghiera” posso creare confusione, perché il lettore tenderà a collegare la parola al concetto di fede, religiosità, o magari di Chiesa. Il collegamento è pertinente, ma in questo contesto non intendo nulla di ciò. La preghiera è innanzitutto un atteggiamento, una modalità psicologica, una relazione, una posizione nei confronti dell'Infinito. La preghiera è la consapevolezza che noi umani siamo ben piccola cosa a fronte della complessità dell'Universo e che la nostra mente è sempre inadeguata ad indagare tale complessità. In questa visione l'Universo non può essere considerato solo nei termini della propria costituzione materiale tangibile, ma anche come necessitante di un'interpretazione trascendente. Nell'atteggiamento orante (di colui che prega) la persona ritrova la propria integrità: si ricompone. La preghiera è un affidarsi, non è un fare, quindi appartiene al mondo dell'Essere, appunto, non del fare.È sensato pensare che non possa costituirsi identità senza integrità, quindi la preghiera è un percorso di identificazione. La preghiera e la hybris prometeica sono dimensioni contrapposte, come la Redenzione cristiana ed il peccato originale (Genesi, 3,1 - 24). La prima ristabilisce la giusta posizione dell'uomo di fronte a Dio, il secondo inverte le posizioni: è un atto di superbia.

Conclusioni - Qualsiasi conclusione non può essere esaustiva. Ho cercato di tracciare, molto approssimativamente, le linee di un percorso che dovrebbe condurre all'identificazione del Sé; in parole semplici a quella dimensione che consente ad un individuo di dire “mi sento in ordine”, oppure, più estesamente, “mi sento in sintonia col Tutto, accettando i limiti della mia condizione e della mia piccolezza”; gli psicologi chiamano questo stato egosintonia. Ciò che ho voluto sottolineare è che nell'evoluzione di una personalità (nel divenire Persona con la “P” maiuscola), le cosiddette “funzioni superiori”, quali volontà, assertività, strumenti del pensiero logico, intelligenza logico-deduttiva non sono strumenti sufficienti: c'è altro. La nostra vita, il nostro destino poggiano su quel mondo che abbiamo chiamato infero e tutto ciò che supero è in qualche modo influenzato da esso. Questo mondo traspare nei sogni, in certe fantasie, negli eventi apparentemente casuali, nelle coincidenze. Mondo oggettivo, dimensione inconscia, arcaismi e archetipi riverberano in continuazione vicendevolmente gli uni sugli altri, come parti interdipendenti di uno stesso sistema. Nella ricerca dell'indentità l'essere umano non può esimersi di ascoltare l'eco che emerge dalle profondità delle propria storia antica e spesso non più percepita allo stato di coscienza: pena il più nefasto disordine.

 

 

 

 

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Commenti più recenti

07.05 | 11:13

Un valido consigliere per situazioni a cui spesso non sappiamo dare risposte!!!

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07.04 | 01:24
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