- La pandemia fra tragedia e metafora -

Cina meridionale - Mercato della carne di cane

di Gianni Tadolini

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Oramai non si parla d’altro; l’umanità è spaventata e questa volta in misura maggiore rispetto ad altri fatti epidemici, più o meno recenti e d’importanza forse non inferiore al Covid-19. Alcuni li ricordo bene: l’Asiatica, nel 1958 (ero bambino e la presi), con 70.000 morti; l’Influenza di Hong Kong, nel 1969, fece 34.000 vittime; l’Influenza “suina”, nel 2009, per la quale la rivista scientifica più accreditata del mondo, Lancet, parlò di 16.000 morti solo in Europa; l’inflenza stagionale H3N2 dello scorso anno, anch’essa con migliaia di vittime nel nostro paese. Quindi, con Covid-19, non siamo di fronte ad un evento nuovo, almeno in senso epidemiologico, anche perché il nostro Covid-19 sembra proprio essere una variante della infezione SARS, infatti viene catalogato come SARS-CoV-2.

Quello che invece rappresenta una novità è la velocità con cui oggi le notizie possono circolare, suggestionare, terrorizzare, polarizzare l’attenzione e, non ultimo, condizionare la percezione degli individui e dei gruppi: spaventare la gente è molto facile e ben lo sanno i grandi manipolatori ed affabulatori della politica e della grande finanza. Personalmente sono affascinato dalle analisi “dietrologiche” (bellissima, in questa triste circostanza, quella di Fausto Carotenuto - https://youtu.be/KnW8dpG5nSO), per cui il “cosa ci sta dietro” mi attira e mi viene naturale (sarà la distorsione professionale dello psicologo che dietro ogni sintomo vede una storia). Già in tempi lontani feci mia la frase di un amico dell’Arma dei Carabinieri: “la verità sta in quello che le persone non dicono; molto più di quanto lo sia in ciò che dicono” – e questo credo valga anche per i messaggi “ufficiali”, ad esempio quelli che ci arrivano dalle “autorità”, dai ministeri, dalla OMS e quant’altro.

Non voglio e non posso qui indagare la miriade di ipotesi appunto “dietrologiche” – alcune delle quali tutt’altro che peregrine – che comunque è legittimo formulare, ma invitare a riflettere sui possibili significati, tanto evidenti quanto taciuti, che questa drammatica situazione porta con sé: come il mio amico carabiniere anch’io penso che in ciò che non viene (volutamente?) detto ci siano importanti elementi di verità.

E quindi veniamo al nostro Coronavirus. Intanto – come la maggior parte delle epidemie – anche questa probabilmente è una zoonosi, cioè un’infezione che si origina nel mondo animale per poi trasferirsi alla specie umana e, come quelle che l’hanno preceduta, viene dall’Asia Perché? Sembra che molte abitudini alimentari/commerciali dell’Oriente favoriscano questo tipo di epidemie, soprattutto se virali. Non me ne voglia il lettore per il seguente, forse sgradevole accostamento, ma Benito Mussolini metteva in guardia Galeazzo Ciano, allora Ministro degli Esteri, impegnato nei traffici in Cina, dal pericolo “delle loro epidemie” e poche settimane fa Giovanni Rezza, epidemiologo ed infettivologo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, stigmatizzava i mercati tradizionali cinesi dove centinaia di migliaia di animali selvatici e randagi vengono ammassati e macellati all’aperto senza la pur minima attenzione, non solo alla loro sofferenza, ma neppure alle norme basilari di igiene degli alimenti. Il lugubre “Festival della Carne di Cane” – un’autentica maledizione che tutti gli anni si tiene nella Cina meridionale con la benedizione del Governo di Pechino – vede migliaia di animali ammassati in anguste gabbie, dalle quali vengono estratti vivi con un arpione, come fossero balle di fieno ed ammazzati a bastonate: lo documentano centinaia di filmati, documenti, petizioni, oltre che testimonianze di persone dalle quali ho anche avuto informazione diretta.

Oramai importiamo dalla Cina milioni di tonnellate di oggetti, componenti, abiti, accessori, programmi, alimenti, perché non dovremmo importare anche i loro virus? E continuiamo a farlo pur sapendo, ad esempio, che un enorme quartiere di Yulin – città di 5 milioni di abitanti – appunto quello dove si svolge il Festival della Carne di Cane, è una bomba batteriologica.

Il 31 dicembre dello scorso anno la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan informava il Governo di Pechino che al grande mercato Huanan Seafood, dove si commerciano pesci ed animali vivi, era stato rintracciato uno sconosciuto ceppo virale probabilmente da mettere in relazione ad una grave sindrome respiratoria che aveva colpito alcuni soggetti umani. Dieci giorni dopo il DCP (Disease Control and Prevention) aveva già codificato la sequenza genomica del virus. Per farla breve, molte epidemie sono da correlarsi a due elementi: i fenomeni di globalizzazione e l’impatto che la specie umana esercita sulla natura, in particolare sul mondo animale. Quindi,

globalizzazione = perdita dei confini

→ impatto = violenza sui gruppi più deboli.

Mi viene in mente che già la famosa peste del 1630, quella narrata dal Manzoni, non fu affatto un fenomeno lombardo, ma fu portata da mercenari tedeschi sporchi e pieni di pulci che, violando con proverbiale brutalità ogni confine e legittimità, invasero il Ducato di Mantova. E ancora: qual’è stato l’atteggiamento dei governi nazionali quando si sono resi conto che l’attuale Covid-19 creava un’epidemia? Quello di limitare, circoscrivere, confinare, quindi stabilire confini. Il confine è un elemento biologico, presente nella storia delle specie da milioni di anni, dal momento in cui una cellula “capì” che non avrebbe potuto vivere senza la membrana che confina il suo nucleo e il suo citoplasma. Anche l’Io “freudiano” è una struttura che confina l’universo psichico di un individuo: quando l’Io diventa troppo permeabile, o addirittura si frammenta, abbiamo la psicosi. Insomma, oggi la globalizzazione ci ha fatto perdere il senso sacro del confine.

Se l’attuale pandemia è una metafora della globalizzazione è anche rappresentazione della ribellione dell’ambiente nei confronti di un uomo eccessivamente impattante, quindi – come si è detto – della pressione violenta che l’uomo esercita su gli altri esseri viventi. Bellissimo l’articolo sul Covid-19 di Roberto Cazzolla Gatti, un amico ricercatore e docente di biologia, su Villaggio Globale del 26 marzo (www.vglobale.it), dove – attraverso un’analisi scientifica ed un’attenta valutazione degli studi esistenti – viene superata l’idea del virus creato in laboratorio (ipotesi molto improbabile) per puntare il dito sui mercati tradizionali cinesi: le sequenze amminoacidiche del virus rintracciato nei malati umani di Covid-19, alquanto diverse da quelle dei coronavirus sperimentalmente manipolati (soprattutto il sospettato SHCO-14, detto anche Wuhan 2015), sono invece simili in alcune famiglie di pipistrelli comunemente venduti nell’immenso mercato di Huanan Seafood ed addirittura uguali a quelle dei Pangolini, formichieri squamosi dell’ordine dei Folidoti, ammazzati a bastonate a migliaia, lasciati agonizzanti sui banchi dei mercati per ore o squartati ancora vivi per finire sulle tavole dei cinesi di mezzo mondo.

Penso che l’enorme grido di dolore che riverbera da quel mondo animale violentato non rimanga inascoltato dal Cielo; da quel Cielo che forse, svegliatosi irritato una mattina nell’inverno dell’anno 2019, ha deciso di inviare un virus per istruire severamente l’uomo. Ma l’uomo, caparbio, continua a non capire. Allora mi torna alla mente la lirica struggente del Pascoli che, un po’ adattata alla circostanza, potrebbe suonare così: “ … E tu Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, con pianto di morte ammonisci quest’atomo opaco del Male”.

 

 

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25.09 | 13:40

Buongiorno Gianni, ho letto il tuo articolo presente sul tuo sito in merito la Fibromialgia. In questo breve spazio mi sento di condividere le ragioni psicobiologiche a monte della Fibromialgia, e lo faccio integrando (come tu scrivi) l'ottica Bioenergeti

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