- Rivisitando Tolle -

Un passo oltre la mente

Ipazia di Alessandria - IV sec. d.C.

di Gianni Tadolini

dedicato a tutti i miei pazienti

 

Dopo un periodo nel quale ho cercato di fare mio il pensiero di Eckhart Tolle, mi è sembrato opportuno rivisitare ciò che avevo letto, volendo operare una sintesi che fosse di qualche utilità a me stesso ed alle persone che seguo come pazienti. Così è nato questo breve saggio.

All'inizio degli anni ’90 si affaccia nel vasto e frastagliato panorama del pensiero della Nuova Era (la cosiddetta New Age) un certo Eckhart Tolle, tedesco di origine, nato nel 1948 in una cittadina della Renania meridionale, ma ricercatore all'Università di Cambridge.

Tolle non appartiene ad associazioni di cammino spirituale, né a tradizioni religiose definite, tuttavia parla di “divino in noi” e di cammino interiore. Come dirà nell'introduzione al suo primo e più famoso lavoro editoriale: «Fino a trent'anni ho vissuto in uno stato d’ansia quasi perenne, inframmezzato da periodi di depressione suicida. Adesso mi sembra di parlare di una qualche esistenza passata o della vita di un’altra persona» [Tolle E. - Il potere di Adesso - Ed. MyLife, 2013 - Traduzione it. di Katia Prando]. Il libro, che Tolle pubblica in inglese col titolo The Power of Now per i tipi della canadese Namaste Publishing di Vancouver nel 1997, in solo 3000 copie, diviene un successo internazionale quando i diritti vengono ceduti alla New World Library: sarà tradotto in 33 lingue ed incontrerà milioni di lettori.

1 - Il gioco della mente e la distruttività dell’uomo

L’interpretazione che Tolle dà del soffrire umano – e soprattutto del dolore psicologico – è alquanto semplice, a volte può apparire semplicistica: ogni sofferenza deriva dalla capacità che la mente dell’uomo ha d’interpretare in negativo la realtà. La mente ci impedisce di cogliere il mondo per quello che è nel suo affascinante silenzio e ci sottopone ad un chiacchiericcio interpretativo continuo, spingendoci a pennellare con tinte fosche il quadro del presente. Il presente, l’Adesso, contiene tutta la verità necessaria; può essere accolto nella sua integrità e non vi è alcun bisogno di pensarlo per viverlo, né tantomeno di interpretarlo.

Questo modo di considerare il rapporto tra uomo-soggetto e mondo-oggetto è comune a molte religioni e filosofie spiritualistiche, soprattutto quelle che, più o meno direttamente, risentono del buddhismo e dello Yoga. Ogni atto di pensiero discorsivo (il dialogo interiore, il parlare a se sessi) è un raccontarsela; cioè porre un’intercapedine fatta di parole tra il Sé e la realtà. Nelle 237 pagine dell’edizione italiana de’ Il potere di Adesso non troviamo altro che questo concetto sempre rivisitato da angolature diverse.

Per chi conosce un poco le culture della ricerca interiore, sia orientale che occidentale, il concetto di spegnimento della mente non è certo nuovo: il vuoto mentale, il tacere del pensiero, il sospendere il dialogo interiore sono alla base dello Zen, di molte pratiche buddhiste, dello Yoga Integrale di Aurobindo, della dottrina del Nulla di San Giovanni della Croce (soprattutto nella reinterpretazione che ne fanno alcuni mistici cristiani moderni, come Thomas Merton), dell’universo magico di Castaneda, dell’analisi del “chiacchiericcio” linguistico dei discepoli di Ludwig Wittgenstein – solo per citare alcune tra le numerosissime correnti culturali/spirituali che hanno punteggiato i secoli precedenti al nostro.

Insomma, il pensiero discorsivo – altresì inteso come dialogo mentale – è considerato al contempo la grandezza e la trappola della persona: se da un lato consente l’elaborazione e la comunicazione del vissuto dall’altro allontana l’essere pensante dal rapporto immediato col proprio presente, per dirla con Tolle col proprio Adesso.

Ma fermare il fluire del pensiero non è facile; richiede esercizio, determinazione ed una pratica che non è alla portata di tutti. Certamente ogni persona a cui sta a cuore un proprio ulteriore passo evolutivo deve riconoscere che il pensiero non è l’essenza della persona stessa, ma semplicemente la funzione di un organo, il cervello: il cervello produce pensieri come il pancreas produce l’insulina o come lo stomaco produce il succo gastrico. Nessuno oserebbe dire “io sono la mia insulina” ed allo stesso modo nessuno può dire “io sono il mio pensiero”, come invece affermò il più miope dei grandi filosofi dell’Occidente, Renato Cartesio, nella Francia della prima metà del 1600. L’errore cartesiano (cogito ergo sum) ha condizionato pesantemente la cultura occidentale, soprattutto europea, e gran parte della nostra etica; basti pensare alle atrocità che l’uomo (pensante) ha inflitto agli animali, ritenendoli, come vuole Cartesio, non-pensanti, quindi impossibilitati non solo alla ragione, ma anche alla consapevolezza del soffrire. Cartesio considera quindi le manifestazione del dolore animale come riflessi istintivi meccanici paragonabili al muoversi degli ingranaggi di un orologio (Discorso sul Metodo, Parte V, 1637).

La filosofia cartesiana ha prodotto un enorme danno all’Occidente, danno che è ancora presente ed operante anche se le moderne neuroscienze comparate stanno con fatica aggiustando il tiro. Esse hanno dimostrato che gli animali soffrono in maniera molto simile all’uomo; a maggior ragione i mammiferi non-umani, che appartengono alla nostra stessa classe biologica: essi provano gioia, dolore, paura, attaccamento, angoscia, tristezza, in maniera non dissimile dai loro fratelli umani. Già Darwin, il padre dell’evoluzionismo, lo aveva intuito e ne rese testimonianza in un bellissimo saggio – purtroppo poco noto – del 1872 [The Expression of Emotions in Man and Animals].

L’uomo – fra i predatori più rapaci che il Pianeta abbia ospitato nel suo divenire – è rimasto a lungo insensibile al grido di dolore che riverbera dal mondo animale: miliardi di animali sono stati torturati e uccisi soprattutto per le abitudini alimentari dell’uomo, abitudini in realtà superflue se non addirittura dannose.

Ma forse stanno maturando i tempi di una consapevolezza più matura, per una nuova assunzione di responsabilità e per un nuovo sentire. L’uomo – il peggior nemico che la Terra abbia avuto, secondo un importate articolo pubblicato dalla rivista Science nell’agosto 2015 – riuscirà a fare il passo definitivo della sua evoluzione morale? Riuscirà ad evitare l’autoestinzione? Sarà in grado di porre freno al massacro degli ecosistemi fondamentali iniziato con l’avvento dell’industria su vasta scala?

Questa digressione è stata doverosa per diverse ragioni:

  • Mette in luce l’errore cartesiano con la presunzione del pensiero-ragione di ergersi ad interprete e gestore del fluire della realtà.

  • Ci porta alla interconnessione tra pensiero ed attività manipolatoria della mente umana: grazie alla facoltà del pensare l’uomo ha trasformato l’ambiente, positivamente e negativamente. Gli scienziati dicono che le trasformazioni ambientali e climatiche stanno per raggiungere un punto di collasso; dicono altresì che se la specie umana sparisse dal Pianeta tutto tornerebbe all’antico equilibrio in pochi decenni. 

  • Ci ricorda la sfida morale di fronte alla quale l’uomo viene a trovarsi: salvarsi e salvare le creature che in qualche modo da lui dipendono o procedere per passi graduali verso l’auto/etero-distruzione.

Tutto ciò dovrebbe riportarci ad una relativizzazione del pensiero e dell’attività raziocinante, a favore del recupero di una dimensione sovra-razionale (sovra-mentale, per dirla con Aurobindo) in grado di liberarci dalla trappola in cui da millenni siamo caduti proprio a causa dell’eccessivo uso della ragione

2 - La formazione del “corpo di dolore” ed il concetto di malattia

Nel capitolo II del suo libro, Tolle affronta il tema del corpo di dolore. Nell’edizione italiana del 2013 il capitolo si intitola “Consapevolezza: la via d’uscita dal dolore” e recita:

« La maggior parte del dolore umano è inutile. Si crea da sé fintanto che la mente inosservata [n.d.r. - che non osserva se stessa, cioè che non si pone di fronte alle proprie forme-pensiero come uno spettatore esterno e neutrale] governa la tua vita. Il dolore che crei adesso è sempre una forma di non-accettazione, di resistenza inconscia [n.d.r. - od anche preconscia] a ciò che è. Al livello del pensiero si tratta di una forma di giudizio, mentre dal punto di vista emotivo è una forma di negatività. L’intensità del dolore deriva dal grado di resistenza al presente e questo, a sua volta, da quanto ti identifichi con la mente » [pag. 45].

Una buona parte del soffrire umano è legato al vissuto del tempo, al timore di un futuro ostile. Sentiamo spesso frasi del tipo:

  • Se tra qualche giorno la mia malattia si fosse aggravata ?

  • Riuscirò a trovare lavoro ?

  • Se la mia amata mi lasciasse ?

  • Se perdessi i miei soldi ?

  • Come mi sentirò quando i miei genitori con ci saranno più ?

  • Al processo riuscirò ad essere assolto ?

  • E se non avessi di che vivere nella vecchiaia ?

  • Se cadesse l’aereo ?

  • Ecc. ecc. ...

E’ molto chiaro come lo stato d’ansia contenuto in queste espressioni sia intimamente legato alla loro forma interrogativa ed alla proiezione nel futuro. Tolle si pone la domanda: «perché la mente di solito nega l’Adesso o gli oppone resistenza?» In altre parole: perché si lascia intrappolare in una prospettiva futura, quasi sempre dipinta a tinte fosche, piuttosto che restare ben ancorata e silente nel qui ed ora, cioè nella realtà presente? Tolle dà la seguente risposta: «Perché la mente non può funzionare, né mantenere il controllo, senza il tempo, senza un passato ed un futuro, quindi percepisce l’Adesso senza tempo come una minaccia [perdita di controllo, sconfitta]; il tempo e la mente sono inscindibili» [pag. 46].

Se mi immergo totalmente nell’Adesso (e non è facile) la mente si acquieta, gli oggetti che mi circondano giungono direttamente a me senza intermediari, cioè senza l’elaborazione del pensiero; gli eventi divengono scene del teatro della vita, scene a cui io posso assistere più da spettatore che da attore. La propensione contemplativa aumenta, mentre diminuisce in generale l’agire; le funzioni dell’organismo sono percepite con maggior intensità, soprattutto il respiro; la muscolatura procede verso il rilassamento: arrivo a sperimentare la sensazione di avere lo stesso ritmo dell’Universo nel quale sono immerso. Capiamo pertanto quanto il tempo/mente abbia a che fare con la costruzione del vissuto angoscia/dolore e possiamo avvicinarci al concetto di “corpo di dolore”. Nella visione di Tolle il corpo di dolore è quasi una realtà materiale; è l’insieme coeso di tutte le negatività, di tutte le sofferenze accumulate nella vita; è il condensato del dolore vissuto che in qualche modo non è stato risolto. Grazie alla mente/tempo esso viene ripescato dal passato e l’antico paradigma che aveva determinato quel primitivo dolore è riattivato nel presente, spesso anche proiettato nel futuro.

Il concetto di Tolle è molto vicino a ciò che Konrad Lorenz – padre dell’etologia moderna – chiamò (riferendosi al mondo animale) “imprinting”, cioè un’impronta, indelebile che resta incisa nella nostra mente, forse addirittura inscritta in un substrato neurochimico del cervello – substrato anatomo-funzionale – che in qualche modo, ne rappresenta il fondamento organico. Tale impronta può essere o non essere un ricordo cosciente, ma sempre è un’abitudine della mente che condiziona la visione del mondo del soggetto adulto ed il suo comportamento.

Non v’è dubbio quindi che la malattia esista come condizione del soffrire biologico: d’altra parte la percezione del dolore, della stanchezza, la febbre, la nausea, il bisogno d’immobilità, sono tutti stati che hanno un significato di preservazione della vita nella “logica-biologica” degli individui e delle specie. Ma l’abitudine del pensiero scientifico occidentale ha fatto della malattia un’entità a sé stante, quasi avente una propria base ontologica, una sorta di nemico, uno spettro che entra nell’uomo e s’impossessa di lui. Infatti alle malattie si danno nomi (diagnosi); vengono definite, catalogate, raccolte in gruppi per somiglianza di sintomi. Quasi sempre si conferisce ad una sindrome (insieme di sintomi) un significato negativo, indicatore di disfunzione fino a volte a considerarla foriera di morte. Certamente: i sintomi possono anche annunciare la morte perché essa è parte fondamentale della storia degli esseri viventi e ne è il fine biologico.

Ogni vivente “normale” incontra la malattia, ma ad essa, quando interessa l’uomo, difficilmente viene riconosciuto il diritto di cittadinanza presso l’uomo stesso, il diritto di presenza nella vita dell’individuo. L’espressione comune “combattere la malattia” mette in luce la posizione ostile di chi considera uno stato che di fatto gli appartiene come altro da sé, come un nemico.

Riportando la malattia al proprio Adesso, senza l’intermediazione della mente e senza il vissuto della paura, potremmo riappropriarci di una parte di noi che, pur rappresentando il limite della vita, comunque ci appartiene.

3 - Il corpo interiore ed il mistero della consapevolezza

Il corpo interiore, a cui Tolle dedica il capitolo VI del suo libro, è il corpo energetico ed è fatto della stessa “materia sottile” che pervade ogni cosa. Nei tre regni: minerale, vegetale, animale, l’energia è la medesima, cambia solo la frequenza della vibrazione, perché l’energia si esprime come vibrazione a diverse frequenze. Riuscire a cogliere la base energetica che ci costituisce avvicina al regno dell’Essere, fondamento dell’esistere. Cosa s’intende per Essere? A questa domanda non può darsi un’esauriente risposta perché in tal caso essa sarebbe comunque mediata dalla mente e dall’interpretazione linguistica. Se ad un pesce (con mente umana) chiedessimo cosa s’intende per acqua – afferma Tolle – semplicemente non capirebbe la domanda. L’Essere è per l’uomo ciò che l’acqua è per il pesce: è il tutto che tutto pervade. Ciò che l’uomo dovrebbe fare è cercare e mantenere una connessione con l’Essere, superando il dualismo soggetto-oggetto (illusoria dicotomia tipica del gioco della mente), cogliendo la realtà immediatamente in tutta la sua completezza. Qui Tolle si avvicina sia al misticismo che alla filosofia esistenzialista tedesca di orientamento metafisico (Martin Heidegger), ma cerca di rendere tutto molto tangibile e pratico indicando una serie di abitudini comportamentali ed esercizi assai vicini a quelli proposti dallo psichiatra Johannes Heinrich Schultz, nel suo noto Training Autogeno, la più importante tecnica di rilassamento psicosomatico conosciuta dalla psicologia occidentale. Come Schultz anche Tolle sostiene che l’abitudine a portare di frequente l’attenzione sul corpo – percependone il funzionamento biologico di fondo, i suoi flussi ed i suoi antichi ritmi – porti di per sé un beneficio; il lavorio della mente si allontana, il tempo si spegne ed il soggetto si ritrova nel silenzio, connesso a quanto di più vero ed arcaico esiste in lui: la sua vicenda filo-ontogenetica. Il corpo materiale, per Tolle, è energia che vibra a bassa frequenza; essa è ciò che noi riconosciamo come vita. Che differenza c’è tra un albero secco ed uno verde, o tra un cadavere ed un individuo vivente? Formalmente nessuna: più o meno la stessa forma, la stessa massa, lo stesso aspetto; tuttavia i primi sono pervasi da un flusso energetico che li costituisce appunto “viventi”, i secondi sono “non-viventi”, quindi morti. Nell’uomo (non sappiamo negli altri mammiferi, tantomeno negli uccelli e nei rettili) è possibile la consapevolezza e la percezione della propria base energetica ed è proprio tale consapevolezza che può aprirci la via alla connessione con Essere.

Conclusione - Oltre la felicità e l’infelicità c’è la pace

Con la seguente riflessione Tolle termina il suo libro. Felicità e pace sono concetti e vissuti molto diversi: la felicità è l’opposto dell’infelicità, mentre la pace è l’opposto dell’inquietudine, variante in tono minore dell’angoscia. La felicità – afferma Tolle – dipende da condizioni percepite come positive, la pace interiore invece no.

Il vissuto di pace è collegato piuttosto alla posizione di accettazione, di non-resistenza, di abbandono al fluire della vita in qualunque forma essa si presenti; la felicità è legata al realizzarsi di cose attese, desiderate, una sorta di “eventi fortunati”. La felicità non può essere appresa, la pace interiore sì. La pace appartiene alla dimensione del permanere nell’Essere (il Sein di Heidegger), attraverso la modalità dell’Esserci (il Dasein di Heidegger) – [cf. Heidegger – prima tr. it. Essere e Tempo, Ed. Fratelli Bocca, 1953].

Personalmente ritengo che la riflessione di Tolle sia ampiamente condivisibile nell’insieme, oltre che essere di grande utilità per lo psicologo ed il suo paziente, anche se ben poco apporta di nuovo agli insegnamenti fondamentali delle grandi religioni (soprattutto alla spiritualità cristiana, al Sufismo dell’Islam, al Buddhismo ed alla visione che lo Yoga ha della mente umana); il denominatore comune di tutte potrebbe essere così riassunto e compendiato: abbandonarsi alla proposta di Dio fino all’unione perfetta con Lui. La relazione tra l’uomo e Dio (tra l’individuo e l’Universo) è una dinamica di appello e risposta: Dio chiama, l’uomo risponde. Non è difficile e tale risposta è il fine per cui ogni essere vivente è stato creato.

 

 Gianni Tadolini

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25.09 | 13:40

Buongiorno Gianni, ho letto il tuo articolo presente sul tuo sito in merito la Fibromialgia. In questo breve spazio mi sento di condividere le ragioni psicobiologiche a monte della Fibromialgia, e lo faccio integrando (come tu scrivi) l'ottica Bioenergeti

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