/ Lo Zen e l'arte di educare i cani /

l'autore e i suoi cani

A due grandi e insuperabili Maestri:

Angelo Vaira e Roberto Marchesini


- di Gianni Tadolini -

 ❤

Si sente sempre più parlare di Educazione Cinofila. È sufficiente collegarsi alla rete WEB e digitare le parole chiave – appunto “educatore cinofilo” – per poter essere informati su una miriade di corsi e seminari. Addirittura la nota enciclopedia on-line Wikipedia dedica a questa voce un ben costruito articolo fruibile in diverse lingue. Parallelamente, in molti paesi, sia in Europa che negli Stati Uniti, esistono istituti che, al termine di un percorso di studio ed addestramento, rilasciano la qualifica di Educatore Cinofilo.

In Italia, anche se il titolo non ha ancora una configurazione giuridica veramente precisa, le associazioni e scuole che in qualche modo vengono accettate dall'ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiana), attivo da 127 anni (fu fondato nel 1882), non sono poche e più o meno corrispondono ai diversi indirizzi della pedagogia canina.

Sarebbe lungo elencare e commentare i vari metodi che portano un cane ad ubbidire al proprio padrone: alcuni sono severi e punitivi, altri gentili e persuasivi, ma tutti si fondano sul presupposto che il comportamento di un animale possa essere condizionato attraverso una dinamica di premio e punizione o, in altri termini, grazie all'assunto che ad un determinato stimolo debba corrispondere quasi sempre una prevedibile risposta.

Restringendo quanto più possibile il comportamento al paradigma STIMOLO RISPOSTA (Condizionamento Operante) lo psicologo statunitense Frederic Burrhus Skinner (1904 – 1990) ha liquidato un secolo di psicologia, almeno da Franz Brentano alla psicoanalisi.

Non è questo il contesto per addentrarmi nella complessa diatriba fra il Comportamentismo skinneriano ed i suoi detrattori (ultimo dei quali è stato probabilmente Noam Chomsky), basti qui considerare che il pensiero di Skinner ha ampiamente svalutato tutto ciò che avesse sentore di libera scelta, motivazione sentimentale, scala valoriale, interiorità e soggettività. In altre parole il Comportamentismo, almeno nelle derive più radicali, ha assimilato il mondo dei viventi alla realtà meccanica, recuperando in fondo quanto già aveva affermato il deprecabile Cartesio nel XVII secolo parlando degli animali.

Ma, scusandomi per la parentesi, torno ai nostri cani: prima di parlare di educazione dovremmo aver ben chiara l'idea di chi sia un cane. Ho volutamente usato l'espressione “chi sia” piuttosto che “cosa sia” per conferire al cane lo statuto di individuo “vivente e senziente” (in consonanza col Trattato di Lisbona firmato dagli Stati membri dell'Unione Europea, il 13 dicembre 2007), dotato di volontà, emozioni e sentimenti, il cui comportamento non può essere ridotto ad una conseguenza del mero istinto. Tale diritto di cittadinanza nel mondo dell'individualità, fa sì che ogni mammifero non-umano, invece che essere relegato nella genericità della specie (filogenesi), debba essere considerato "individuo" (ontogenesi).

Da Roberto Marchesini ho però imparato a liberare le mie opinioni sugli animali dalle pretese antropomorfe della mente e da Angelo Vaira ad accostare quel “diverso da me” che si chiama cane, nello spirito del rispetto e della non-invadenza. Questi due movimenti dell'anima, che potremmo definire virtù del discernimento e virtù della delicatezza, sono i presupposti imprescindibili di ogni corretta educazione cinofila e di ogni processo di domesticazione: il cane non è un essere da dominare o costringere, ma da comprendere e rispettare – e sto parlando del cane, non necessariamente del cane domestico (canis lupus familiaris) – La mia esperienza nei branchi di randagi e selvatici, cioè quelle stupende sottospecie di canidi ormai inselvatichiti ed ibridati da generazioni, mi ha confermato che le citate virtù umane devono valere sempre, in ogni rapporto con qualunque cane.

Un cane pensa col naso - Intanto, per comprendere l'individuo cane, proviamo a capire qualcosa del suo universo mentale. E qui mi permetto di usare un'espressione sicuramente non corretta dal punto di vista scientifico, ma molto eloquente al livello simbolico: un cane pensa col naso. Ciò vuol dire che le strutture neurali che servono all'animale a gestire la propria relazione con l'ambiente sono tutte fortemente legate alla via sensoriale olfattiva. Possiamo persino affermare che le comuni emozioni di paura, gioia o tristezza, per il nostro cane abbiano un odore. Ciò vale per molte specie di mammiferi; basti osservare il comportamento dei maiali o dei bovini quando varcano la porta del macello: si agitano, hanno evidentemente paura, tremano, annusano la morte. Da qui le varie pratiche ipocrite dei macellatori per ingannare gli animali. Nei tristi anni della mia incoscienza – quando lavoravo con gli animali in laboratorio nella sperimentazione dei farmaci – ricordo fosse sufficiente che noi operatori ci lavassimo i denti col dentifricio per rovinare l'andamento di un esperimento, soprattutto se si trattava di una prova in cui erano implicati ferormoni.

Un cane non ama sentirsi libero - Un altro elemento che vorrei ricordare, parlando della mente del cane, è la forte propensione dell'animale alle posizioni gerarchiche: un cane non ama sentirsi libero. Tutti i canidi sono animali da branco. Secondo la teoria di Lucyan David Mech (Università del Minesota, International Wolf Center, 1999), oggi ampiamente accettata, i branchi di lupi – cugini di primo grado del cane domestico – si compongono di animali imparentati fra loro. Sono però famiglie nucleari (genitori, cuccioli, figli adolescenti) per le quali la vecchia terminologia Alfa e Beta, per descrivere la posizione gerarchica nel gruppo, si è rivelata non del tutto appropriata. Qualche volta vengono accettati nel branco individui vaganti estranei, soprattutto se deboli, quindi non in grado di minacciare la supremazia della coppia genitoriale (ciò è molto frequente nei branchi di cani randagi ibridati col lupo).

La maggior parte dei branchi si origina quando un maschio ed una femmina non imparentati decidono di accoppiarsi e di generare. Può avvenire che due famiglie già composte si incontrino ed inizino a collaborare nel pianificare le strategie di caccia: questo spiega l'esistenza di alcuni branchi particolarmente numerosi.

Come si comprende dalla mia breve descrizione, il denominatore comune dei comportamenti degli animali nel branco è l'ubbidienza dei figli ai propri genitori. Ogni cane ha ben impressa nella sua memoria di specie la sottomissione al genitore, per cui – soprattutto nei momenti di difficoltà o di incertezza decisionale – tende a ricercare un punto di riferimento: è questo che ha reso possibile quel processo di domesticazione iniziato probabilmente 20.000 anni fa.

Quanto detto per sottolineare l'importanza delle due dimensioni di fondo: quella olfattiva e quella gerarchica. In ogni processo in cui si cerchi di condizionare l'animale attraverso una dinamica di apprendimento è fondamentale che l'educatore cinofilo si muova al di dentro di queste due dimensioni, perché esse sono il costitutivo base dell'anima canina.

Cosa c'entra lo Zen? Ovvero il codice del “Buon Padrone” - Nel noto e prezioso opuscolo Lo Zen e il tiro con l'arco (ed. it. Adelphi 1975) il filosofo tedesco Eugen Herrigel (1884 - 1955), docente all'Università di Erlangen, racconta la propria esperienza di apprendista arciere condotta col maestro giapponese Awa Kenzo. Il cuore dell'insegnamento sta nel pulire la mente da tutto ciò che non sia tendere l'arco e mirare al bersaglio, al punto tale che arciere, arco, freccia e bersaglio diventino un'unica realtà. L'arciere è completamente immerso nella sua azione: conosce per via della percezione immediata (non-mediata dalla ragione e dall'interpretazione) il contesto in cui l'azione si esprime e le forze che la condizionano. Quando l'evento è maturo la freccia viene scoccata e segue la sua natura che altro non è che quella di raggiungere il bersaglio a cui è destinata.

La prerogativa dell'essere “non-mente” permea tutte le arti marziali giapponesi. “Se tra te e la spada dell'avversario c'è la tua mente – dice Miyamoto Musashi, maestro d'armi del XVII secolo – hai già perso il combattimento” (tr. it. - Il libro dei cinque anelli – 1993).

Ho voluto trasporre questi elementi di riflessione nell'educazione cinofila: credo sia un sentiero utilizzabile sul quale possiamo porre le seguenti pietre miliari:

  1. Il Buon Padrone deve pulire la propria mente, sforzandosi di non applicare al comportamento dell'animale gli antropomorfismi attraverso i quali egli, uomo, interpreta il mondo: un uomo pensa e si comporta da uomo, un cane pensa e si comporta da cane. È immorale e perdente costringere un cane ad assomigliare ad uomo. 

  2. Considerare con attenzione che il senso dell'olfatto, non di primaria importanza per l'uomo, è invece fondamentale per il cane come per la maggior parte dei mammiferi non-umani. Addirittura non è azzardato affermare che un lupo, o forse anche un cane randagio, con l'olfatto gravemente danneggiato non potrebbe sopravvivere. Un cane annusa il mondo e sulla base delle informazioni olfattive stabilisce le strategie e le relazioni. Una deprecabile procedura che vedevo compiere negli anni in cui frequentavo i laboratori era l'elettroablazione delle cellule olfattive del ratto: perduto il senso dell'odorato i roditori apparivano disorientati e depressi e sviluppavano comportamenti insoliti per la loro specie.

  3. L'arciere diventa un'unica realtà con l'arco e la freccia: ne riconosce l'essenza che si esprime nella tensione della corda; mira il bersaglio, poi chiude gli occhi e condivide il palpito della freccia che prosegue rapida verso il fine che le appartiene. L'arco ubbidisce all'arciere, ma l'arciere impara dall'arco. Così il Buon Padrone percepisce la natura profonda del suo cane; stabilisce con lui una comunicazione priva di ogni smania di prevaricazione e rispettosa della diversità dell'altro. L'animale non si sentirà minacciato o costretto e – semplicemente – l'educazione comincia ad avvenire in uno scambio reciproco di informazioni. In modo naturale e spontaneo l'animale riconoscerà nel padrone un punto di riferimento ed un fattore di sicurezza. Il Buon Padrone è autorevole. L'autorevolezza è ciò che dovrebbe caratterizzare ogni leader, capobranco o genitore. Autorevolezza vuol dire insegnare, ma anche apprendere dall'altro.

  4. L'autorevolezza è altra cosa dall'autoritarismo. Il secondo produce sottomissione forzata, la prima gregariato positivo, presupposto dell'apprendimento in previsione dell'autonomia. Il genitore autoritario induce ribellione o depressione, quello autorevole ubbidienza e riconoscenza. L'autoritarismo comprime l'energia vitale, mentre l'autorevolezza ne incanala l'espressione. Così il Buon Padrone ama il suo cane ed egli ne fiuta l'amore: tra i due si stabilisce quel legame e quel patto da cui scaturisce l'educazione.

Lo Zen è una sorta di educazione al contrario, una specie di procedimento per disimparare. Ti insegna come abbandonare ciò che hai imparato ragionando per diventare semplice, bambino e poter reimparare di nuovo, ma imparare ad esistere senza l'appoggio della mente” (Bhagwan Shri Rajneesh).

Il tuo cane conosce già questa dimensione e, a sua volta, ti può essere maestro, come l'arco è maestro all'arciere.

 

 

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