- L'equitazione secondo secondo me -

Monty Roberts

di Gianni Tadolini

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Un diverbio on-line, un po’ scorretto da parte mia, con un giovane e stimato collega, indubbiamente esperto conoscitore di cavalli infinitamente più di me, nonché maestro negli esercizi di “Reining” equestre, mi ha riportato agli anni in cui anch’io montavo ed oggi mi induce a stendere queste brevi note. L’essenza dell’insegnamento che allora mi fu impartito poteva essere riassunto nella frase il cavallo ti deve ubbidire": tutto ciò che assicura il successo di tale intento è buono. Una buona postura in sella, un appropriato gioco di redini, unitamente ad un calibrato utilizzo di speroni e frustino erano gli strumenti base di questo apprendimento. Mi veniva frequentemente ricordato che il cavallo percepisce se stesso come una preda; quindi, o cataloga il cavaliere come predatore e dominatore o non se ne fa nulla.

Da allora sono passati quasi quarant’anni. Non sono più voluto montare a cavallo, anche quando mi si è ripresentata l’occasione. Forse alcuni fattori hanno condizionato la mia scelta: un serio incidente intercorso ad un familiare durante una galoppata assieme, ma ancor di più la consapevolezza che la pratica equestre fosse distonica rispetto al mio sentire etico.

Oggi, in un filmato, ho visto il mio giovane collega (che sinceramente, indossando un cappello a larga tesa, non avevo riconosciuto) cimentarsi – con indubbia perizia e stile – in esercizi, credo appartenenti alla cosiddetta “monta all’americana” e impulsivamente ho lasciato sfogo ad un inopportuno, lo riconosco, moto di stizza. Di che si tratta? Prima il cavallo viene indotto a compiere lo “Spin”, una serie di rapide giravolte in cui l’animale ruota più volte di 360 gradi facendo perno sulle zampe posteriori, poi si esibisce, dopo una breve rincorsa, in una brusca frenata, in gergo, se ben ricordo, “Sliding stop”.

L’origine di tali esibizioni penso vada ricercata nelle pratiche di addestramento dei mandriani delle grandi praterie americane e dei cavalleggeri (fanteria militare a cavallo) di tutti i tempi, che necessitavano di animali ubbidienti e rapidi, là dove si presentava la necessità di invertire repentinamente il percorso. Solo successivamente il Reining è diventato pratica sportiva.

Da tempi antichissimi la doma e la monta a cavallo sono pratiche di domesticazione ed ammaestramento che implicano gradi differenti di violenza: l’animale deve essere forzato all’obbedienza ed a sostenere sulla groppa il peso del cavaliere. Chi si occupa di equitazione ben sa che un cavallo di media stazza (mi perdonino gli esperti, ma non posso che essere approssimativo) sopporta agilmente un fantino di 50 chili di peso. La memoria mi va in questo momento ad una giornata equestre, da me organizzata in Alta Murgia, nell’entroterra della provincia di Bari, in cui una bella ragazza di 47 chili volteggiava acrobaticamente su un fiero stallone, senza che l’animale dimostrasse il benché minimo disappunto, come se neppure se ne accorgesse. Ma ovviamente, quando l’animale si trovava un cavaliere di peso decisamente superiore le cose cambiavano e il cavallo doveva impegnarsi ad adeguare l’assetto muscolare al nuovo carico. Era solo un ricordo risalente ad una decina di anni fa.

Relativamente di recente hanno cominciato a farsi strada le teorie e le tecniche della “doma dolce”. All’inizio degli anni ’90 la Regina Elisabetta invita nel Regno Unito unstrano personaggio di cui si sta parlando nei circoli ippici, soprattutto in California, Texas e Nevada: è Monty Roberts. La Regina – da sempre interessata al comportamento e forse al benessere animale – ha sentito di tecniche Natural horsemanshipmesse in atto da questo addestratore ed allevatore statunitense e vuole saperne di più: Roberts ha 60 anni; fin da bambino si è occupato di cavalli, dimostrando eccezionali capacità nella doma ed utilizzando anche modalità che non prevedono l’uso di costrizioni. Monty Roberts diviene una leggenda. Nel 1996 esce un suo libro: The man who listens to horses (L’uomo che ascolta i cavalli – Mondadori 1998), una sorta di autobiografia dove rende pubbliche le sue intuizioni e le sue abilità. Nel 1998 esce il film di Robert Redford, L’uomo che sussurrava ai cavalli, tratto dall’omonimo romanzo di Nicholas Evans, sicuramente ispirato anche allfigura di Roberts. Insomma, in quegli anni si fonda una nuova cultura della doma e della monta a cavallo.

Oggi Monty Roberts ha ormai 87 anni, ma l’invito rivolto all’uomo, di studiare, capire e “parlare” il linguaggio del cavallo – e con lui sviluppare una profonda intesa (Roberts utilizza il termine Join-up, letteralmente tradotto “unisciti”) – non cade inascoltato. Altri – citiamo solo l’italo-americano Pat Parelli, per la notorietà che ha acquisito e per i rapporti che ha con l’Italia (anche quest’anno ha tenuto seminari equestri a Traversetolo, in provincia di Parma) – stanno percorrendo i sentieri tracciati da Roberts e ne stanno affinando le tecniche. Come afferma Eric Berlanda, seguace italiano della Natural horsemanship e istruttore della provincia di Siena, “Parelli è capire il punto di vista del cavallo”, quindi:

  • avere la giusta relazione,

  • migliorare se stessi,

  • divertirsi insieme,

  • un modo di essere con il cavallo,

  • attitudine ed atteggiamento,

  • stare in sicurezza. 

Come in qualunque relazione – dice Berlanda – il primo passo è capire la prospettiva del tuo compagno”. (Cf. - https://www.ericberlandapnh.com).

E questo è esattamente il punto dove volevo arrivare. Dall’atteggiamento mentale che cercarono di inculcarmi e che ho espresso all’inizio nella frase “il cavallo ti deve ubbidire”, alla nuova prospettiva “sei tu che devi sentire e decodificare il linguaggio del cavallo”, passano anni-luce. Così non useremo più il morso, né gli speroni; non cercheremo di far eseguire all’animale esercizi non giustificati dalle abitudine della sua specie; non imporremo all’animale cavalcature che possano infastidirlo od essere per lui in qualunque modo nocive; rispetteremo sostanzialmente il diritto dell’animale ad essere ciò che è. Anche il termine “doma” diverrà improprio, per essere sostituito da vocaboli che non saranno sinonimi: collaborazione, intesa, scoperta, gioco.

Dubito che in questa prospettiva, al contempo etologica ed etica, possano trovare posto acrobazie quali il Reining vuole proporci.

Non so … Ora la parola agli esperti.

 

 

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Monica Monti | Risposta 07.09.2022 21:27

Caro Gianni sono assolutamente d'accordo!! Grazie per queste interessantissime considerazioni da ex allieva di dressage.❤️

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Commenti più recenti

07.09 | 21:27

Caro Gianni sono assolutamente d'accordo!! Grazie per queste interessantissime considerazioni da ex allieva di dressage.❤️

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